Il report
Vino, la Sicilia paga il crollo dei consumi interni: ricavi giù del 7,8% nel 2025. La sfida dei mercati
La Sicilia del vino arretra più della media nazionale. A pesare non è tanto l’export, quanto il rallentamento del mercato interno: nel 2025 le aziende vinicole siciliane registrano un calo dei ricavi del 7,8%, uno dei peggiori dati regionali del Paese. È quanto emerge dall’Indagine sul settore vinicolo italiano pubblicata dall’Area Studi di Mediobanca, che fotografa un comparto attraversato da una fase di selezione sempre più dura, tra consumi in discesa, mercati esteri più deboli e necessità di ripensare strategie produttive e commerciali.
Il dato siciliano assume un peso particolare in una regione che negli ultimi anni aveva consolidato la propria presenza nei mercati internazionali attraverso la crescita delle denominazioni, l’affermazione dei vini premium e il rafforzamento dell’enoturismo. Stavolta, però, la frenata della domanda nazionale colpisce direttamente le imprese isolane, inserendosi in un quadro generale di rallentamento dell’intero sistema vitivinicolo italiano.
Consumi in frenata e mercato più selettivo
Secondo il rapporto, nel 2025 le vendite complessive dei principali produttori italiani di vino sono diminuite del 2,8% rispetto all’anno precedente. Peggio il mercato estero (-3,4%) rispetto a quello interno (-2,2%). A soffrire maggiormente sono soprattutto le aziende di dimensioni più ridotte, mentre tengono meglio gli spumanti e la fascia premium.
L’Italia resta comunque il primo produttore mondiale di vino, con 44,4 milioni di ettolitri, pari a quasi il 20% della produzione globale. Ma il problema è la domanda: i consumi interni continuano a scendere e il settore registra un cambio strutturale nelle abitudini dei consumatori. Negli ultimi cinque anni l’80% delle imprese vinicole italiane ha rilevato un calo dei consumi e due aziende su tre ritengono che la tendenza proseguirà anche nel prossimo futuro.
Per reagire, le imprese puntano soprattutto sulla diversificazione dell’offerta e sull’apertura di nuovi mercati. Cresce inoltre l’attenzione verso il presidio dell’intera filiera, gli investimenti tecnologici e l’efficienza energetica.
Investimenti, export e nuove strategie
Negli ultimi tre anni il 90% dei maggiori produttori ha investito nelle cantine, mentre il 77% ha concentrato risorse sull’energia e il 57% sulla tecnologia. L’obiettivo è affrontare un mercato che cambia rapidamente e che premia sempre di più qualità, identità territoriale e capacità di presidiare la distribuzione.
La fotografia regionale conferma inoltre forti squilibri territoriali. Il Veneto mantiene la leadership assoluta del vino italiano, con oltre un terzo dell’export nazionale, seguito da Piemonte e Toscana. La Sicilia, invece, appare tra le regioni maggiormente penalizzate sul fronte delle vendite interne, segnale di una difficoltà che riguarda non soltanto la produzione ma anche la capacità di intercettare un mercato domestico sempre più selettivo.
Nel rapporto trovano spazio anche le grandi trasformazioni della “Dop economy” del vino italiano. Il comparto delle denominazioni DOP e IGP rappresenta ormai il 79% del valore complessivo del vino nazionale, con 522 denominazioni riconosciute.
La sfida delle denominazioni e dei mercati esteri
Si tratta di un sistema che continua a essere centrale per la competitività del made in Italy, ma che oggi deve confrontarsi con nuovi modelli di consumo, maggiore attenzione ai prezzi e crescente competizione internazionale.
Sul fronte dei mercati esteri, il 2025 segna un arretramento significativo soprattutto negli Stati Uniti (-6,3%) e nei Paesi dell’Unione europea (-2,8%), mentre il Regno Unito resta sostanzialmente stabile. In questo scenario, il vino italiano prova a difendere le quote di mercato facendo leva sulla qualità e sull’identità territoriale, ma il settore appare ormai entrato in una fase in cui crescita e rendite di posizione non possono più essere date per scontate.
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