Due arance sullo stesso piatto per raccontare una sola Sicilia: il viaggio sensoriale tra il profumo ferroso dell’Etna e la dolcezza solare dell’isola occidentale
Mettere due arance su un piatto è un gesto semplice. Eppure, se una viene dalle pendici dell’Etna e l’altra dalla Sicilia occidentale, quel gesto diventa una lezione di geografia, storia e identità.
Sbucciatele con calma. La prima, figlia della lava e dell’altitudine, sprigiona un profumo ferroso, quasi balsamico. La seconda, cresciuta tra brezze marine e pianure assolate, è più solare, lineare, immediata. Fate assaggiare gli spicchi a passanti qualunque: chi va di fretta, chi ha tempo; chi ama il dolce, chi cerca l’acido. In pochi secondi, senza mappe né parole difficili, scopriranno il gusto della Sicilia.
Perché la Sicilia non è una. È un arcipelago terrestre, un mosaico di microclimi e di storie. L’arancia dell’Etna porta in bocca l’inverno che morde e il giorno che scalda, la cenere che nutre e il freddo che colora di rosso la polpa. È un frutto che ha imparato a resistere, che concentra zuccheri e carattere. L’arancia occidentale, invece, racconta la lunga estate, la luce distesa, la dolcezza che arriva presto e resta. È franca, generosa, diretta.
Non c’è una migliore dell’altra. C’è una verità più interessante: il sapore come documento. In Sicilia, il territorio non si limita a fare da sfondo; entra nella materia, la plasma. Le dominazioni passano, i confini si spostano, ma il suolo, il vento e l’acqua continuano a scrivere la loro storia nei frutti. Assaggiando, si capisce che l’identità non è una bandiera: è una stratificazione.
Questo esperimento improvvisato tra la gente vale più di mille discorsi. Mostra che la differenza non divide: arricchisce. Che l’unità non è uniformità, ma dialogo tra sapori. Che una terra può essere coerente proprio perché plurale.
Alla fine, sul piatto restano solo bucce e succo. Ma chi ha assaggiato porta via qualcosa di più: la consapevolezza che la Sicilia si può spiegare anche così, con due arance e un morso di realtà.
Un micro‑saggio poetico che usa la metafora gastronomica per raccontare l’identità plurale della Sicilia inviatoci alla nostra redazione da Giuseppe Trizza
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