Zootecnia
Sicilia, rischio estinzione delle razze autoctone: numeri e prospettive
Le razze bovine, ovine e caprine autoctone della Sicilia sono il risultato di secoli di adattamento a pascoli poveri e clima estremo. Un patrimonio genetico modellato dall’ambiente, oggi ridotto a una minoranza. Su oltre trecentomila bovini presenti nell’isola, solo il 10% è autoctono. Tra ovini e caprini, il 30% su circa settecentomila capi. Percentuali di razze autoctone che indicano una sopravvivenza più che una presenza, rispetto a più di un milione di capi.
Queste popolazioni non derivano da programmi artificiali. Sono state selezionate da siccità, freddo, orografia difficile. Sopravvivevano solo gli animali più rustici, capaci di produrre con risorse minime. Il risultato è un patrimonio unico, non sostituibile da razze cosmopolite.
“Un patrimonio genetico irripetibile”
“Le razze autoctone siciliane rappresentano un patrimonio genetico di straordinario valore scientifico e produttivo”, afferma a Terrà Santo Caracappa, veterinario e scientific adviser dell’Istituto Sperimentale Zootecnico della Sicilia. Non sono semplicemente animali “tradizionali”: sono popolazioni modellate per secoli da uno degli ambienti più severi del Mediterraneo. Hanno sviluppato una combinazione di adattamento climatico, resistenza alle patologie, efficienza alimentare e qualità produttiva che nessuna razza esotica, selezionata per sistemi intensivi, può replicare nelle condizioni orografiche e climatiche dell’isola.
Parliamo di animali capaci di mantenere performance stabili con pascoli poveri, di sopportare escursioni termiche marcate, di utilizzare risorse foraggere che per altre razze non avrebbero alcun valore. Questo significa minori costi di gestione, minore dipendenza da mangimi esterni, maggiore resilienza agli stress ambientali. È un vantaggio competitivo che non appare nei bilanci aziendali ma che diventa evidente quando il clima cambia, quando l’acqua scarseggia, quando i sistemi intensivi entrano in crisi.
La loro perdita non sarebbe solo un danno culturale. “Sarebbe un impoverimento irreversibile della base genetica disponibile per affrontare le sfide future della zootecnia mediterranea: siccità, nuove malattie, instabilità dei mercati – prosegue Caracappa -. Conservare queste razze non è nostalgia: è una scelta strategica per la sicurezza alimentare e per la gestione sostenibile del territorio”.
Quel 10% di bovini autoctoni resta un segnale d’allarme: nove allevatori su dieci hanno scelto razze più produttive nel breve periodo ma inadatte al territorio. La base genetica si è assottigliata. L’80% della Sicilia è collinare o montuosa. Qui l’allevamento estensivo è l’unico modello compatibile. Gli animali al pascolo tengono aperta la vegetazione, riducono incendi, rallentano erosione, limitano la pressione della fauna selvatica. È un presidio territoriale non remunerato. Dove il pascolo scompare, avanzano macchia, incendi e frane. È un rapporto diretto, documentato.
Qualità produttiva e identità
Le razze autoctone offrono carni e latte con caratteristiche non replicabili dalle razze ad alta produttività. Formaggi a latte crudo, carni da pascolo, produzioni legate ai territori intercettano la domanda di autenticità. Ma le aziende sono piccole, isolate, con scarso accesso ai mercati. La qualità c’è, la struttura no.
Il problema principale è demografico. Le aree interne perdono giovani da decenni. Chi resta lavora con infrastrutture deboli, servizi tecnici ridotti, burocrazia pesante. Senza ricambio generazionale, il patrimonio autoctono non ha continuità.
Il modello zootecnico autoctono non è folclore. È un sistema produttivo coerente con il territorio, ma fragile. Perché sopravviva servono politiche che lo trasformino da eredità a progetto: sostenibile, competitivo, trasmissibile.
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