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Salvini e Sammartino al Vinitaly rilanciano la Sicilia del vino come destinazione turistica integrata

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La Sicilia del vino ha numeri da grande destinazione internazionale e, per la prima volta, anche una strategia politica che prova a tenerli insieme. Al Vinitaly 2026, il ministro alle Infrastrutture, Matteo Salvini e l’assessore all’Agricoltura della Regione Siciliana, Luca Sammartino hanno portato a Verona non solo i dati di un export che supera il 50% della produzione regionale, ma la traccia di un modello: infrastrutture come leva di competitività, denominazioni d’origine come identità di territorio, accoglienza come proposta di sistema.

I numeri del 2° Rapporto Turismo DOP di Fondazione Qualivita confermano che la direzione è quella giusta. Trentotto attività certificate, cinque Siti Unesco, tre poli territoriali di eccellenza. La Sicilia non parte da zero: parte da una base solida, con la consapevolezza crescente che il passo successivo – costruire la rete che unisce tutto questo – è a portata di mano.

La visita di Matteo Salvini al padiglione Sicilia

Luca Sammartino e Matteo Salvini

La visita di Matteo Salvini al padiglione “Sicilia” del Vinitaly 2026  ha condensato il nucleo della questione: l’isola esporta già oltre la metà della sua produzione vitivinicola, la qualità è riconosciuta, i mercati ci sono. Quello che manca è la logistica, l’accessibilità, la connessione tra l’entroterra produttivo e i flussi turistici che ancora faticano a raggiungerlo.

“Esportare l’eccellenza deve essere sempre più semplice, veloce e competitivo”, ha detto il ministro. La diagnosi è esatta. La terapia – ventotto miliardi di cantieri aperti tra strade, autostrade, ferrovie e dighe – è ancora in corso d’opera.

Salvini ha citato la Palermo-Catania-Messina, la tratta ferroviaria e ha aperto alla possibilità di nuovi ponti nell’area messinese e catanese entro l’anno. Il Ponte sullo Stretto è tornato nell’arsenale retorico, stavolta non solo come infrastruttura strategica ma come “simbolo di valore ingegneristico-architettonico” e possibile attrattore turistico.

Il sistema DOP come leva di sviluppo

La cornice politica è stata completata dall’assessore regionale all’Agricoltura, Luca Sammartino, che ha scelto Verona per articolare una visione più strutturata di quanto il protocollo istituzionale richiederebbe.

Il suo intervento non si è limitato alla difesa dei dati di settore – pur solidi – ma ha provato a ricondurre l’enoturismo siciliano dentro una logica di sistema: quella dei “servizi integrati”, formula con cui Sammartino intende la convergenza tra infrastrutture fisiche, patrimonio culturale, paesaggio e capacità ricettiva. Non un’offerta settoriale, ma una proposta di territorio.

“Questo Vinitaly racconta un sistema”, ha detto l’assessore, indicando in questo la “formula del governo” regionale: mettere insieme le eccellenze e saperle raccontare. La dichiarazione ha un’ambizione che va oltre la vetrina fieristica.

Sammartino ha sottolineato come il flusso di interesse internazionale verso la Sicilia non riguardi più soltanto il vino come prodotto, ma l’isola come destinazione: “Chi arriva, dagli Stati Uniti alla Sicilia, non viene soltanto per investire, ma anche perché trova una terra accogliente”. È una distinzione che vale: segnala uno spostamento del baricentro dalla transazione commerciale all’esperienza di luogo, che è esattamente il terreno su cui si gioca la partita dell’enoturismo di fascia alta.

 

Dati relativi alla Sicilia

L’assessore ha poi letto i dati del momento come una conferma della strategia: “Gli investimenti fatti dai governi nazionale e regionale nella nostra terra testimoniano la grande attenzione che dopo tanti anni finalmente stiamo registrando”. Il tono è quello di chi interpreta una fase di discontinuità positiva dopo decenni di ritardo strutturale. Il turismo del vino, a livello internazionale, è già oltre la fase dell’entusiasmo: i mercati maturi, Francia e Stati Uniti in testa, selezionano le destinazioni con criteri sempre più esigenti.

Intanto, i numeri del 2° Rapporto Turismo DOP di Fondazione Qualivita – realizzato con Origin Italia e il supporto del ministero dell’Agricoltura – offrono la base empirica su cui costruire questa narrazione. La Sicilia conta oggi 38 attività di Turismo DOP, cinque in più rispetto all’anno precedente. La filiera certificata comprende 42 prodotti a indicazione geografica, 21 Consorzi di tutela riconosciuti e una DOP Economy misurata a 58,1 milioni di euro. L’isola si conferma seconda destinazione enogastronomica nazionale dopo la Toscana, con livelli di interesse superiori al 60% tra i turisti francesi e statunitensi. Sono cifre che parlano di un sistema già funzionante. Il problema, che il rapporto non nasconde, è che funziona per segmenti, non per insieme.

Tre poli, tre storie, un sistema ancora da costruire

Il cuore produttivo dell’enoturismo siciliano ruota attorno a tre grandi aree geografiche. L’Etna è il polo più strutturato: otto attività di Turismo DOP – il dato più alto dell’isola – sostenute da una costellazione che include l’Etna DOP, il Pistacchio Verde di Bronte DOP e il Ficodindia dell’Etna DOP. Patrimonio Unesco dal 2013, il vulcano è già una destinazione consolidata sul mercato internazionale.

Il secondo polo è Pantelleria, con cinque attività censite. Qui il Passito DOP e il Cappero IGP convivono con un riconoscimento Unesco – la “Coltivazione della vite ad alberello”, dichiarata Patrimonio Immateriale nel 2014 – che rappresenta, da solo, un attrattore narrativo di prima fascia. Il terzo polo è l’arcipelago delle Eolie, dove la Malvasia delle Lipari DOP e il Cappero delle Isole Eolie DOP esprimono una viticoltura eroica che il mercato internazionale non solo conosce, ma cerca attivamente.

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