Terrà

Il progetto NAV 4.0
Val di Noto, tre mandorle amare in terra per riportare in vita la tradizione

Si chiama NAV 4.0 e l’acronimo sta per Noto Almond Valley ovvero per la Valle delle Mandorle di Noto. E’ proprio quella parte della Sicilia, in provincia di Siracusa, che storicamente è nota per la coltivazione di questo frutto, la mandorla definita “siccagna”, che trova poi collocazione nella cucina tradizionale, sia per quanto ha a che fare con il salato che con il dolce.

Utilizzando i fondi messi a disposizione dalla Sottomisura 16.1 del PSR Sicilia 2014/22, sei aziende del Val di Noto, hanno deciso di unire le forze per dare vita ad un progetto che mira a valorizzare la mandorla autoctona a guscio duro della Val di Noto con immissione sul mercato di latte di mandorla certificato prodotto ed erogato istantaneamente da una macchina innovativa. Il lavoro si fa insieme, e questo è uno dei pilastri di NAV che punta anche a rivalutare i metodi di coltura della tradizione e del territorio, rendendoli redditizi con tecnologia ed innovazione di processo e prodotto.

“La sperimentazione è iniziata su circa 200 alberi – dice a Terrà Antonino Musso, capofila del progetto Nav con la sua azienda – e abbiamo utilizzato un kit di germinazione che abbiamo definito waterless e che è quello della tradizione che diceva che se mettevi tre mandorle amare nel terreno, con un paletto attorno e una reticella, e da queste, senza acqua, nasceva una piantina, avevi scelto il posto giusto e fatto bene il tuo lavoro”.

I primi campi sono stati piantati nel 2022 e in totale si trattava di quattro campetti sperimentali, ognuno con 200 piante. Uno di questi però è saltato con l’alluvione che nel 2022 ha colpito il Val di Noto, mentre su altri due si è deciso di utilizzare l’acqua perché il terreno era troppo arido e rischiava di rompere le radici delle piantine. La tradizione delle mandorle amare tipiche della Val di Noto, dette anche amare, però è priva di acqua nella loro coltivazione. Solitamente invece l’acqua viene utilizzata per le mandorle a guscio morbido chiamate californiane.

“Le due mandorle da un punto di vista chimico sono esattamente identiche – spiega Musso – ma al gusto le nostre sono tutta un’altra cosa. Ma la resa che per le amare è del 20% per le californiane è di circa il 34% e questo fa si che si preferisca piantare le seconde nonostante il fabbisogno di acqua. Anche la raccolta delle nostre mandorle è più difficoltosa, perché se per quelle a guscio morbido funziona il passaggio delle macchine, per noi la raccolta si fa come si faceva una volta: una persona passa con un bastone a battere l’albero, la mandorla cade e viene raccolta”.

Oltre alla valorizzazione della mandorla anche l’utilizzo di un carrello di raccolta energy free. “Le mandorle vengono raccolte e asciugate a terra, secondo tradizione – aggiunge Musso – ma oggi non è più possibile usare questa tecnica, per tutta una serie di fattori. Abbiamo quindi pensato a dei carrelli che possono contenere fino a 200 chili di mandorle, da tenere al sole durante il giorno e da rientrare per evitare per esempio i furti oppure in caso di piogge. Li definiamo energy free, perché per l’asciugatura non vengono usati i forni e quindi non c’è dispendio di energia”.

Ma della mandorla non si butta via niente e nel progetto c’è anche quello di trarre uno scrub dalla farina che si estrae dai gusci, e delle tinte naturali per le lane. Nel frattempo è stato anche sviluppato il prototipo di una macchina che produce il latte di mandorla della tradizione. “La nostra idea – spiega Musso – è di ritornare ai tempi di quando le nonne mettevano le mandorle sgusciate in un mortaio, le tritavano grossolanamente e avvolgevano il risultato in un fazzoletto di lino, che veniva immerso nell’acqua e strizzato circa 35 volte”.

La macchina simula proprio questo procedimento e il risultato è qualcosa di naturale, fresco e profumato. Il progetto si chiuderà alla fine di maggio dell’anno prossimo, ma c’è un’idea in più. “Vogliamo sfruttare l’unione che ci ha visto protagonisti e dare vita ad un consorzio di aziende agricole che possa trarre forza da se stesso, così come sta succedendo adesso” conclude Musso.

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