Terrà

Storie di Sicilia, in giro per Favara tra ricordi e tradizioni

di Luigi Parello

Perché vivere a Favara? Favara è grande e grandi sono i favaresi! In giro in macchina percorrendo ‘a dtrata nova. Quand’ero adolescente mi divertiva sentirmi chiedere, dagli amici di Agrigento .. i giurgintani: ma tu esci alla strada nuova? Lo italianizzavano, per essere più sofisticati, ma ci sono delle cose intraducibili: ‘a strata nova, ‘u conzu, ‘a luna, ‘a batia, ‘a giateddra, i linticchieddri, ‘u sparaceddru, ‘u casteddru, ‘u capuliatu e u maccicuni, ‘a mafarda … La resa in italiano, per quanto possibile, ne ridurrebbe l’intensità comunicativa, ridicolizzandone perfino il suono. Ci siamo capiti e va bene così.

Una mia bonaria certamente presunzione mi porta spesso a cadere nella trappola immodesta di elogiare, oltre ogni limite, la manualità dei favaresi, decretandone la superiorità nei più svariati campi, io direi alla Stefanu Cuppularu .. un senza tetto che girava per le vie di Favara con un gran numero di cani randagi con cui ci parlava (gesticolando talmente che a volte osservandoli mi pareva proprio che i cani stessi anuissero come a dire: abbiamo capito! .. ma ovviamente farneticava eccome se farneticava) ci mangiava, beveva e dormiva!

Il pane, ad esempio, è inarrivabile. E quando anche da altre parti mi capita di addentare u maccicuni o u chichireddru, vuol dire che sicuramente è arrivato un panettiere favarese. Chi altro saprebbe riprodurlo, e così bene? Allora addento il pane e penso: questa è roba nostra. E ancora mi ritorna in mente ad una delle case di nonna Tana, dietro a chiesa matrici proprio difronte a sacristia di patri Carriboli l’arciprete anche da chiesa Purgatoriu e del Rosario: poco distante e sulla via Roma, la salumeria del Corso dispensava il miglior salame del circondario. Riempivamo un pezzo di pani e ci sedevamo sullo scalone dell’ingresso, in piena estate, con le voragini sulle ginocchia, regalo di qualche pedalata maldestra di troppo o del troppo stare in ginocchio .. giocando con le figurine Panini o ppà e poi .. a chissà ci laiu e chista no, chiffà na cangiamu? .. piuttosto ca cu u carrettu chi cuscinetti di ferri o cu lu circhiuni e u ferru o ai quattru cantunera.. ah bella gioventù ma, oramai passata…

E i dolci, i dolci ma dunci assai … con a vilata di zuccaru o con la crema di ricotta poi .. eccezionale! Alla faccia del prelievo di sangue delle settimane dopo allo studio di analisi du dutturi Vetro, sopra il Bar Patti, diventava una festa: u conu gelatu, a pasta elena, u cannolo, a diplomatica, a millefoglie e u cciarduni uhm .. un mi ci faciti pinsari … Sbirciare nel laboratorio e vedere un padre e un figlio sempre all’opera: minuziosi, precisi, instancabili. U gelatu a pezzi alla nocciola e al pistacchio di u ‘zi Nellu Butticè du caffè Italia e con il mio personale e modestissimo aiutino da bambino, si perché mio nonno Pè d’estate mi mandava ad imparare u misteri perché servirà un domani mi diceva .. e i cosi dunci di mennula di u Zi Vittoriu sempre cu lu borsellu ‘ncoddru/addosso dell’Olimpia Bar di Filorizzu .. con la festa di San Calò.

La Piazza, a chiazza mia, Cavour pi San Giuseppi! Quante cose potrei dire di lei, ma è un fatto intimo, mi commuove, e le parole vengono meno, per quante sono tante. Così oggi come per la Farm Cultural Park. Facciamo che la Piazza e la Farm sono due donne: due femmine formose, bellissime e materne donne; la prima sicula in ogni sua architettura, l’altra invece è arrivata da lontano, un’americana bionda e bellissima, ma con l’accento favarese: uno slang talvolta incomprensibile, futuristico, amabile. Familiare, direi. Identitario. Quanto bene ha portato, quanto bene che ci fa, quanto bene le vogliamo. Da San Francesco o a’ scinnuta di u chianu di San Francì, è importante scegliere di non scendere con l’auto dalla strada di basule che porta dritti dritti ‘o Conzu.

Si vede tutta Favara da là, e la sera ah! che bella la sira, addormentata in un abbraccio di lampioni gialli, pare quasi perfetta, coi visi delle case scorticati, e le vasche blu sui tetti con ancora, l’eternit, l’erba alta, le strade larghe, alcune incredibilmente strette, un dedalo indecifrabile, nà vota, si dici accussì, percorribile solo dagli avvezzi, le scorciatoie, i piani rialzati, ‘a cammara e ‘u dammusu, i magazzini arredati, le nonne fuori con le sedie e un fazzoletto di stoffa tra le minne per asciugare il sudore, le vesti nere e una collana d’oro con la foto del marito morto. Quand’è che un figlio, puoi leggere nei loro occhi lo straniamento dal mondo, l’appassimento di ogni slancio vitale. Brutta cosa, ma accusi s’arragiunava nà vota.

I panini delle camionette, il nostro street food, pieni di patatine e salsaemmaionese – tutto unito – e le panelle, con la partannina fredda per sgroppare, e i caffè nei tavolini dei bar, che adesso si può chiedere anche un marocchino se ci va, o una birra al sale senza pensare e parlare e sparlare di buttane e cornuti. Le putìe/botteghe nelle strade nascoste: ‘zzia fìfiddra, e si ‘u restu mu duna a licca licca o a maccica, solitamente i big babool, con la ciunga dentro. La ciunga: adattamento fonosintattico di chewing gum e poi ancora .. u Mars ca’ caramella a mù ca’ mi purtava me patri quannu acchianava da chiazza a dominica a ura di pranzu, assieme all’immancabile tabbarè di paste varie cà crema rigorosamente di ricotta di pecora.

A Favara poi siamo tutti cugini: a cu ò me cuscì. E attenzione possiamo smettere di esserlo con una certa risibile facilità: l’amore e l’odio, a Favara, si alternano frenetici, roteando attorno a un concetto che un poco m’imbarazza, inteso per com’è: il rispetto, un invito mancato, una visita di malattia non fatta, una telefonata dimenticata, compromettono irreversibilmente i legami. In taluni casi si ricorre all’intervento riparatore di ‘u parrinu: come prete, o come altro, può intercedere o dipendere di fari paci o ancora cchiù tinta cosa di mettiri cchiù guerra.

Di motivi per vivere a Favara, credetemi, ne ho così tanti che adesso stesso io scapperei, ma non si può. I miei figli però saranno per metà linticchieddri – sgamati e svegli – e se gli andrà, potranno perfino iscriversi ad una facoltà di architettura ed essere allievi dei miei amici .. perché no! .. Amerà Farm? .. amerà la pizza cu curniciuni ripienu o senza? .. u sfinciuni? .. ‘a focaccia?… o semplicemente ‘a pizza a gettiti cu li sardi e passuluna che solo al mio paese sanno fare e quando s’incazzerà, mi renderà incredibilmente orgoglioso. Ah beddra Favara!

©RIPRODUZIONE RISERVATA





Vuoi ricevere gli aggiornamenti di Terrà per email?

ISCRIVITI ALLA NEWSLETTER

Post a Comment