Terrà

Parla l'esperto
Legislazione, sfide climatiche e economiche: il percorso verso il riutilizzo delle acque reflue

di La Bella Salvatore*

Il tema dei cambiamenti climatici in agricoltura appare molto complesso e di non facile soluzione se non attraverso la sinergia di molteplici strategie di adattamento che comprendono: la gestione del suolo (no-tillage, minum tillage, cover crops, vertical tillage, inerbimenti, sovescio); l’applicazione di mezzi tecnici innovativi come i biostimolanti, oltre che di ammendanti e fertilizzanti come compost, vermicompost, biochar, digestato, letame e residui colturali); la protezione fitosanitaria delle colture (reti frangivento, reti antigrandine, reti antinsetto, candele antigelo, sistemi di riscaldamento elettrico, etc); le tecniche agronomiche con riferimento a rotazioni, consociazioni, nuove cultivar, nuove specie, nuovi portainnesti, nuove tecniche di potatura, modifica areali di coltivazione e infine la gestione delle risorse idriche (dissalazione delle acque, aumento bacini di raccolta acque piovane, subirrigazione, irrigazione a microportata di erogazione, DSS, etc) e tra queste sicuramente un ruolo fondamentale riveste l’uso di acque reflue opportunamente depurate.

Come riportato da diversi documenti sui cambiamenti climatici (Fao, Ispra, Arpa, Crea, ministero dell’Ambiente), “l’agricoltura italiana, come quella di tutti i Paesi dell’area mediterranea, è una delle più esposte e vulnerabili agli effetti dei cambiamenti climatici in termini di riduzione delle produzioni in termini sia di quantità che di qualità. Oltre alla riduzione delle produzioni, si assisterà allo spostamento di determinati areali di coltivazione verso nord e a quote più elevate, alla diminuzione delle risorse idriche e della qualità del suolo con riduzione della fertilità e predisposizione del territorio a fenomeni di desertificazione. Il settore agricolo, e conseguentemente quello agro-alimentare, andranno incontro a un generale calo delle capacità produttive al quale sarà strettamente legato anche una possibile diminuzione delle caratteristiche qualitative del prodotto, con ricadute negative nelle produzioni tipiche di qualità. Le produzioni agricole italiane, e in particolare quelle DOP (Denominazione di Origine Protetta), IGP (Indicazione Geografica Protetta) ed IGT (Indicazione Geografica Tipica), che rappresentano un punto di forza dell’agricoltura italiana, di grande identità culturale a livello internazionale, rischiano di essere messe in crisi dal cambiamento di temperature e precipitazioni”.

È proprio la riduzione delle risorse idriche a creare una situazione di allarme a livello regionale, ma anche a livello italiano dato che il settore agricolo, in particolare, rispetto agli altri settori produttivi, rappresenta il principale utilizzatore di risorse idriche. Nel nostro Paese, infatti, circa il 50% dell’acqua è impiegata in agricoltura per fini irrigui, il 20% nell’industria, un altro 20% nelle forniture per uso potabile e il restante 10% per fini energetici (fonti Anpa, Cnr-Irsa). In tale contesto, appare significativo il riutilizzo delle acque reflue provenienti da impianti di recupero, per scopi irrigui. Il riutilizzo delle acque reflue nel settore agricolo permetterebbe di ridurre notevolmente il consumo globale di acqua, consentendo di trasferire le risorse idriche migliori a usi più appropriati, come quello idropotabile. Il riutilizzo in agricoltura delle acque reflue è una pratica diffusa in molti Paesi e sempre più spesso raccomandato dai più importanti organismi internazionali che promuovono lo sviluppo sostenibile (fonti Who, Fao).

Impianto di trattamento delle acque reflue

Tra i Paesi che hanno la maggiore esperienza nel settore è bene ricordare gli Stati Uniti (California, Florida e Texas) e Israele. L’Italia, in tal senso, ha elevate potenzialità che, a oggi, non risultano ancora valorizzate. Un recente studio condotto dal CREA (Roma, 2023) “I cambiamenti climatici in agricoltura una valutazione costi-benefici delle misure di adattamento” a cura di Simonetta De Leo, Guido Bonati, Antonella Di Fonzo, Marco Gaito, Sabrina Giuca, riporta una dettagliata analisi sul “riuso delle acque reflue” come strategia per contrastare la siccità legata ai cambiamenti climatici. Il documento evidenzia come l’affinamento delle acque reflue può fornire un valido contributo anche in considerazione della normativa europea di riferimento (Regolamento UE 741/2020). Il Regolamento, che riporta le prescrizioni minime per il riutilizzo delle acque reflue in agricoltura, basa la sua applicazione sulla valutazione dei costi di trasporto e delle infrastrutture necessarie, sulla valutazione dei rischi legati alla sensibilità delle diverse aree (vulnerabilità ai nitrati), alle diverse colture, in un’ottica di salvaguardia ambientale e sanitaria.

Gli studi, propedeutici alla stesura e alla emanazione del Regolamento in questione, hanno evidenziato, nel nostro Paese, la possibilità di potere rendere disponibili circa il 50% delle acque reflue depurate. Ciò consentirebbe, anche alla luce degli interventi legislativi della Regione Siciliana in materia (i dispositivi normativi di riferimento sono la legge 22 marzo n. 4 2022 – Norme in materia di riutilizzo delle acque reflue urbane e del relativo decreto attuativo del Dipartimento Acque e Rifiuti n. 6/gab del 6 febbraio 2024) di potere disporre di una risorsa idrica aggiuntiva con una certa stabilità di approvvigionamento non legata alla stagionalità e capace, quindi, di potere garantire stabilità delle produzioni agricole. Il documento evidenzia anche come il riuso delle acque reflue, opportunamente adeguate ai contenuti del Regolamento, abbia degli indubbi benefici ambientali (riduzione impiego fertilizzanti di sintesi e riduzione del prelievo di acqua dai corpi idrici naturali) e rappresenti elementi di sicurezza per tutti gli operatori del settore (produttori agricoli, consumatori finali). Tra i limiti principali per lo sviluppo dell’impiego delle acque reflue in agricoltura, alla luce di quanto evidenziato dal predetto documento e dal Regolamento comunitario, rimane la scarsa o la quasi inesistenza di adeguati sistemi di trattamento delle acque reflue, un’inadeguata rete di distribuzione e una certa ostilità del consumatore ad accogliere prodotti agricoli ottenuti mediante l’impiego di acque reflue.

È, pertanto, necessario che siano previsti investimenti adeguati per superare tali limiti, superati i quali, dal punto di vista tecnico, il riuso delle acque reflue sarebbe alla portata delle aziende agricole del nostro territorio ed equiparabile a ciò che accade in altri Paesi europei (Spagna, Portogallo, Grecia, Francia, Malta e Cipro) dove è già presente una normativa di riferimento sul riuso delle acque reflue e soprattutto con quello che accade in Paesi come Israele dove già, oggi, si impiega in agricoltura circa l’85% delle acque reflue depurate. E’ necessario, infine, ricordare l’aspetto economico – relativo ai costi per l’adeguamento dei depuratori e i relativi costi di gestione per il regolare funzionamento e collegamento a una diga o lago che presenta già una rete di distribuzione – che il legislatore, con tutti gli organismi competenti, dovrà, di volta in volta, affrontare per evitare che tali costi ricadano esclusivamente sugli agricoltori.

*Professore Dipartimento Scienze Agrarie, Alimentari e Forestali dell’Università degli Studi di Palermo

©RIPRODUZIONE RISERVATA





Vuoi ricevere gli aggiornamenti di Terrà per email?

ISCRIVITI ALLA NEWSLETTER

Post a Comment