Imprenditori 10 & Lode
Dalle “putie” di Catania all’eccellenza internazionale: il viaggio di una stirpe legata al cuore della Sicilia
di Giacomo Alberto Manzo*
Il racconto di Cantine Nicosia non è semplicemente la storia di un’etichetta, ma il resoconto di un patto siglato con il fuoco e la pietra oltre un secolo fa. Tutto ha inizio nel 1898, quando Francesco Nicosia, capostipite di una dinastia giunta oggi alla sua quinta generazione, decide di piantare le proprie radici a Trecastagni, sul versante orientale dell’Etna. In quell’epoca, il vino della “Montagna” era già un’eccellenza ricercata in tutta Europa, ammirato per quella mineralità tagliente che solo i suoli vulcanici sanno conferire, ma era ancora un tesoro custodito tra i muretti a secco e le fatiche della viticoltura manuale.
L’epoca delle “putie”: vino, asini e cucina povera
Con il passaggio alla seconda generazione, guidata dal bisnonno Carmelo, l’azienda vive una fase di espansione che affonda nel cuore popolare della Sicilia. È il tempo delle “putie” catanesi, luoghi di aggregazione veraci dove il vino Nicosia diventava il centro della vita sociale. In quel periodo, la famiglia arrivò a gestire circa venti botteghe sparse per il centro di Catania.
Il rito era quasi ancestrale: il vino veniva trasportato dalle pendici del vulcano alla città ancora nelle botti, spesso utilizzando l’asino come unico mezzo capace di sfidare le pendenze laviche. In quelle botteghe, il vino non era un bene di lusso, ma l’anima della tavola quotidiana, servito sfuso per accompagnare i sapori schietti della cucina povera siciliana. Era il tempo delle uova sode, delle acciughe sotto sale e delle olive, piatti semplici che trovavano nel corpo e nella freschezza del vino etneo il loro completamento perfetto. Era un’economia della vicinanza e della fiducia, dove il produttore parlava direttamente al consumatore attraverso il calice.
Dal tappo a corona alla rivoluzione d’eccellenza
Il secondo dopoguerra segnò lo spartiacque verso la modernità. Negli anni ’50, sotto la spinta di nonno Francesco, l’azienda intuì che il futuro passava per l’identità del marchio: iniziò così l’era dell’imbottigliamento. I primi rossi da pasto, chiusi con il pratico tappo a corona, iniziarono a viaggiare portando il nome dei Nicosia fuori dai confini delle “putie”.
Tuttavia, la vera svolta imprenditoriale che ha proiettato la cantina nel panorama internazionale si deve a Carmelo Nicosia, padre di Graziano. Alla fine del Novecento, Carmelo scelse di trasformare l’attività commerciale in una realtà agricola d’avanguardia. Non si trattava più solo di vendere vino, ma di produrlo governando l’intera filiera: investì pesantemente nei vigneti e nella costruzione di una cantina moderna, diventando uno dei protagonisti della rinascita dell’Etna DOC e della sua affermazione come terroir d’eccellenza mondiale.
L’ingrediente invisibile
Oggi, Graziano Nicosia guida l’azienda con la consapevolezza che il territorio è un “ingrediente invisibile” capace di firmare ogni bottiglia. Sull’Etna, il vino è il risultato di un equilibrio estremo: i suoli vulcanici, le forti escursioni termiche tra giorno e notte e la luce purissima dell’alta quota creano basi spumante di straordinaria eleganza.
Da questa convinzione è nato il progetto del Metodo Classico etneo, una sfida in cui la famiglia crede fermamente per dimostrare come il vulcano sappia produrre bollicine capaci di sfidare il tempo. Questa visione si è poi allargata a macchia d’olio verso altri angoli preziosi dell’isola, come Noto e Vittoria, creando un mosaico della Sicilia del vino che unisce la verticalità dell’Etna alla solarità mediterranea delle terre più a sud.
Un patto per le nuove generazioni
L’impegno attuale della famiglia Nicosia si muove su un binario che unisce innovazione e rispetto. La sostenibilità non è una parola astratta, ma si traduce nella conduzione biologica dei vigneti e nella valorizzazione delle competenze umane. Molti dei collaboratori lavorano in azienda da anni, formando una squadra che è l’estensione naturale della famiglia.
Guardando al futuro, l’obiettivo è lasciare in eredità un’azienda solida e credibile, capace di far comprendere al consumatore il valore del “prezzo giusto”. Dietro ogni bottiglia c’è infatti il rischio agricolo, la fatica della potatura manuale e la pazienza dei lunghi affinamenti. La soddisfazione più grande per Graziano Nicosia resta quella di aver contribuito a scrivere una pagina della storia culturale del vino siciliano, mantenendo vive le radici del 1898 mentre si guarda ai prossimi vent’anni con la stessa passione di chi, per primo, scese dal vulcano con una botte a dorso d’asino.
*Enologo
Tenute Nicosia
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