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Il crollo del carciofo siciliano: un simbolo della crisi nazionale. Ecco la chiave del rilancio del comparto

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L’odore di terra arsa e il grigio degli invasi vuoti sono il nuovo paesaggio primaverile in vaste aree della Sicilia, storica roccaforte del carciofo mediterraneo. È da qui, dalle province di Ragusa, Catania e Siracusa, un tempo fiere delle loro produzioni di spinosi pregiati, che si scorge con drammatica evidenza il declino di un settore.L’Italia ha perso lo scettro di primo produttore mondiale di carciofi, e la Sicilia ne è l’epicentro sofferente: nel 2024, l’isola vede un crollo del 20% della produzione e un preoccupante -17% delle superfici coltivate rispetto all’anno precedente. Un’emergenza che è sintomo di una malattia sistemica.

Il paradosso è ormai strutturale: agli agricoltori vengono riconosciuti meno di 18 centesimi a capolino per il carciofo fresco e circa 6 centesimi per quello destinato all’industria, mentre nei supermercati il prezzo supera spesso un euro per singolo capolino, ovvero la sola parte edibile dell’ortaggio. Una forbice che ha progressivamente fiaccato la filiera cinaricola italiana.

La campagna cinaricola 2024 si è presentata particolarmente complessa. Lo stress climatico estivo, la carenza d’acqua e le gelate hanno causato un ritardo produttivo e una riduzione dell’offerta interna stimata in almeno il 40%. Un dato che si inserisce in una crisi ben più profonda e di lungo periodo.

Secondo i dati Cso Italy, in dieci anni l’Italia ha perso il 25% delle superfici coltivate a carciofo, passando dai 33.000 ettari del 2015 a meno di 25.000 ettari nel 2024. Un arretramento che fotografa con chiarezza le difficoltà strutturali del comparto, schiacciato tra costi crescenti, prezzi al produttore irrisori e concorrenza internazionale sleale.

Sud protagonista ma in sofferenza

Oggi sono quattro le regioni che concentrano quasi il 90% della produzione nazionale:

– Puglia (43%) – leader nazionale con circa 1,3 milioni di quintali prodotti ogni anno

– Sardegna (25%) – in controtendenza con una crescita del 17% nel 2024 grazie al ricambio varietale

– Sicilia (15%) – in forte sofferenza con produzione -20% e superfici -17%

– Lazio (4%) – mantiene una quota minore ma significativa

In Sicilia, la siccità ha avuto effetti devastanti: nel 2024 gli ettari coltivati sono diminuiti del 17% rispetto al 2023, con una produzione in calo di circa il 20% su base annua. Una situazione che mette a rischio interi areali storici, dove il carciofo rappresenta non solo un’attività economica ma un elemento identitario del territorio.

Le province di Ragusa, Catania e Siracusa, tradizionalmente vocate alla coltivazione di varietà pregiate come il carciofo spinoso, stanno pagando il prezzo più alto della crisi idrica che da anni affligge l’isola, aggravata dall’inadeguatezza delle infrastrutture irrigue e dalla mancanza di invasi strategici.

In Sardegna, invece, si registra una progressiva contrazione delle superfici, compensata però da un aumento delle rese medie, favorito dal ricambio varietale e dall’adozione di tecniche colturali più efficienti. La produzione 2024 risulta infatti in crescita del 17% rispetto al 2023, dimostrando che l’innovazione può in parte contrastare le difficoltà strutturali.

La Puglia, leader nazionale con circa 1,3 milioni di quintali prodotti ogni anno, conferma il suo ruolo centrale ma non è immune dalla crisi: nel 2024 la superficie coltivata è scesa a 10.700 ettari, con un -7% sul 2023 secondo i dati Cso Italy. La provincia di Brindisi, con il suo carciofo IGP, rappresenta un’eccellenza che però non basta a compensare le perdite complessive.

Oltre alle criticità climatiche e strutturali, il comparto deve fare i conti con quello che gli operatori definiscono il nemico più pericoloso: il carciofo nord-africano. La concorrenza proveniente da Egitto e Tunisia è particolarmente aggressiva e mette in luce il tema, sempre più centrale, della reciprocità delle regole.

Il prodotto extra Ue arriva sui mercati europei negli stessi periodi del carciofo italiano, ma con costi di manodopera molto più bassi e standard fitosanitari profondamente diversi – e decisamente meno onerosi – rispetto ai rigidi protocolli imposti ai produttori italiani. Una concorrenza che rende impossibile competere sui volumi e sui prezzi.

I produttori italiani devono rispettare normative stringenti su uso di fitofarmaci, tracciabilità, sicurezza alimentare e sostenibilità ambientale, con costi che incidono pesantemente sui bilanci aziendali. Il carciofo importato, invece, non è soggetto agli stessi vincoli, creando una disparità competitiva insostenibile.

L’unica via: qualità certificata e origine garantita

In questo scenario, per il carciofo italiano sembra restare una sola strada percorribile: puntare sulla qualità certificata e sull’origine garantita. Un modello già sperimentato con successo dal Carciofo di Brindisi IGP, eccellenza riconosciuta che rappresenta oggi una delle migliori difese contro l’anonimato del mercato globale.

Valorizzare le produzioni tipiche, rafforzare le indicazioni geografiche, garantire trasparenza lungo la filiera e applicare davvero il principio di reciprocità negli scambi internazionali appaiono passaggi indispensabili per salvare un comparto che non è solo economico, ma parte integrante dell’identità agricola e culturale italiana.

Senza interventi strutturali che riequilibrino la filiera, garantiscano prezzi equi ai produttori e proteggano da una concorrenza sleale, il rischio è che il carciofo italiano diventi un ricordo, sostituito da produzioni anonime che nulla hanno a che fare con la qualità, la tradizione e la sostenibilità dell’agricoltura mediterranea.

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