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Barone Sergio, il vino come destino. Storia di una famiglia siciliana che ha scelto di non cedere
di Giacomo Alberto Manzo*
C’è un momento in cui ogni storia familiare arriva a un bivio. Per i Sergio di Pachino quel momento è arrivato con la forza silenziosa di una riforma agraria, di terre che si frammentano, di un mercato che cambia le regole mentre tu stai ancora giocando con le vecchie. Giovanni Sergio si è trovato davanti a una scelta che molti proprietari terrieri del Mezzogiorno hanno affrontato nel secondo Novecento: vendere o reinventarsi. Ha scelto la seconda strada. Nel 2000 ha fondato la cantina Barone Sergio, trasformando quello che era un fondo agricolo in un’azienda vitivinicola.
Oggi sua figlia Angela (foto copertina, dx), avvocato di formazione, racconta quella scelta come il momento fondante di tutto ciò che è venuto dopo. “La riforma agraria aveva già ridisegnato i confini del nostro mondo”, dice a Terrà Angela Sergio seduta nella sala degustazione dell’azienda, con il profilo del vigneto che si apre dietro le finestre verso il Canale di Sicilia. “Mio padre si è trovato di fronte a una realtà che non lasciava molte opzioni. Ha deciso di investire, di credere nel territorio. È da lì che è nata la cantina”.
Il vino rosso per “tagliare”
La storia che Angela racconta, però, comincia molto prima del 2000. Comincia con i Mastrogiovanni Tasca, nobile famiglia siciliana di proprietari terrieri, residenti tra Palermo e Mistretta, titolari di un feudo imponente chiamato Maucini, dove per generazioni si praticava la transumanza del bestiame. Con il passare del tempo il feudo si è frammentato, distribuito tra eredi, fin quando a Luigi Sergio — nonno di Angela — è toccata la parte che oggi corrisponde ai 130 ettari dell’azienda, coltivati a vigneti, ulivi e limoni. Un pezzo di Sicilia profonda, calcarea, lambita dal mare, dove i minerali del suolo si trasferiscono direttamente al vino con una precisione quasi scientifica.
In quegli anni, Luigi Sergio vendeva l’uva e i limoni sui mercati nazionali e internazionali. I francesi acquistavano il celebre vino rosso di Pachino — corposo, caldo, con una gradazione che i vini del Nord non potevano competere — per tagliare le loro produzioni. Una pratica oggi dimenticata, quasi imbarazzante da ricordare nell’era delle denominazioni d’origine, ma che all’epoca era commercio florido e senza complessi. Ancora oggi, in fondo alla cantina, riposano gli antichi vasi vinai in cemento dove quel vino invecchiava. Angela li mostra con rispetto, come si mostrerebbe un documento d’archivio.
Il salto di qualità arriva con Giovanni, il padre, che decide di non vendere più uva ma di trasformarla. La fattoria — dove accanto alla vigna si allevavano animali, si coltivavano limoni, si viveva di un’economia mista e rurale — diventa cantina. Il nome scelto porta il peso della storia: Barone Sergio. Non è marketing, è memoria. “Quando sono entrata in azienda ero ancora avvocato”, riprende Angela con una franchezza disarmante. “Le prime fiere, il Vinitaly, mi sentivo piccola in un mondo che non conoscevo. Non venivo da studi di enologia. Ricordo quella fiera piena di gente e io che cercavo di capire le regole di un gioco che gli altri conoscevano da sempre”. Da allora, dice, sono cresciute insieme — lei e l’azienda. Un apprendistato lungo, faticoso, condotto in parallelo con la pratica legale, finché la vigna ha vinto sulla toga.
I legami umani hanno radici più profonde dei contratti
Oggi Angela gestisce l’export, sua sorella Luigia (foto copertina, sx) si occupa di comunicazione e accoglienza, il padre presidia la parte agricola e amministrativa. Il cantiniere si chiama Giovanni Bordieri ed è il figlio del cantiniere che lavorava con il nonno Luigi. Un dettaglio che dice tutto su come funziona questa azienda: i ruoli si tramandano come cognomi, i legami umani hanno radici più profonde dei contratti. “Ci sono persone che incontro ancora oggi che ricordano mio nonno con affetto”, dice Angela. “Siamo parte della storia di questo territorio. Questo ci dà una responsabilità enorme”.
Il territorio in questione è il Val di Noto, quella porzione di Sicilia sud-orientale che custodisce alcune delle denominazioni più interessanti dell’isola. Il suolo calcareo, ricco di sali minerali, e la vicinanza con il mare costruiscono un’identità organolettica precisa e riconoscibile: sapidità decisa, acidità equilibrata, freschezza immediata. Barone Sergio ha scelto di non alterare questo profilo con passaggi in legno, preferendo la vinificazione in acciaio per preservare le caratteristiche native del Moscato e del Nero d’Avola. “Sono il nostro Dna”, scandisce Angela. “Non volevamo vini che inseguissero un gusto internazionale perdendo ciò che li rende unici”.
Ma l’elemento più ambizioso del progetto produttivo è la sperimentazione sulla Lucignola, vitigno autoctono a bacca rossa appartenente alla categoria dei cosiddetti vitigni Reliquia — varietà antiche, spesso quasi estinte, che negli ultimi anni hanno ritrovato attenzione grazie a chi ha scelto di non abbandonarle. Recuperare la Lucignola non è solo un atto enologico, è un atto politico nel senso culturale del termine: significa affermare che la biodiversità viticola siciliana ha un valore che va oltre la moda e il mercato.
Il “Baronetto” del giovedì
La sostenibilità, in questa azienda, non è una parola sulla brochure. È un sistema. Biologico certificato, irrigazione a goccia, pannelli solari, economia circolare spinta fino al riutilizzo delle vinacce per le distillerie, del legname secco per produrre energia, persino dei mobili dismessi che la gente porta e che diventano arredo per gli eventi estivi. Ogni giovedì d’estate l’azienda ospita il “Baronetto”, una serata che è diventata punto di riferimento per i giovani del territorio. Un modo per tenere vivo il legame tra la cantina e la comunità locale che non smette di sorprendere per la sua vitalità.
Eppure non tutto nella storia di Barone Sergio è stato lineare. C’è una ferita ancora aperta, che Angela racconta con la delicatezza di chi rispetta il dolore altrui. Un agente commerciale in Germania ha causato danni economici rilevanti all’azienda, tradendo la fiducia che Giovanni Sergio aveva riposto in lui. “Mio padre ne è rimasto segnato”, dice ancora Angela scegliendo le parole con cura. “Ha fatto molta fatica a fidarsi del prossimo dopo quella vicenda. E questo ha influenzato alcune scelte aziendali”. È una confessione rara nel mondo del vino, dove si raccontano volentieri le annate perfette e si tace sulle cadute. Ma quella cicatrice spiega anche molto dell’approccio cauto, quasi difensivo, con cui l’azienda ha gestito per anni le relazioni commerciali internazionali.
Oggi l’export cresce, nonostante tutto. Così come cresce l’enoturismo, settore su cui Luigia ha costruito un’offerta di accoglienza che trasforma la visita in esperienza. I prossimi investimenti puntano sulla digitalizzazione, sul miglioramento delle procedure in cantina, sull’intelligenza artificiale applicata alla gestione della vigna — per la prevenzione fitosanitaria, per ottimizzare le risorse in anni in cui il clima non perdona più nulla. “Il cambiamento climatico ha un costo”, dice Angela con la pragmaticità di chi ha dovuto fare i conti con annate difficili. “Il rischio di perdere tutto in una stagione sbagliata entra nel prezzo di ogni bottiglia. Non è speculazione, è onestà”.
Lo zio, la nonna e la villa
Ma c’è una storia che Angela custodisce con cura particolare, quasi fosse la stanza più intima di una casa grande. È la storia dello zio Saro Tricomi e di sua nonna Angela Miloro Tricomi, e di una villa che Saro fece costruire a Messina — testimone muta di un’epoca in cui la borghesia e la nobiltà siciliana si incontravano attorno a tavole lunghe, in sale dove il tempo sembrava scorrere più lento e il cibo, il vino, la conversazione erano rituali quasi sacri. Una Sicilia aristocratica, colta, ospitale, che il Novecento con le sue guerre, le sue migrazioni e le sue trasformazioni ha consegnato alla memoria come si consegna un ritratto di famiglia: prezioso, ma immobile.
“Voglio raccontare quella storia attraverso i nostri vini”, sottolinea Angela, e nella voce c’è qualcosa che va oltre la strategia di marketing. “Mia nonna Angela, lo zio Saro, quella villa di Messina con i suoi pranzi, i suoi ospiti, la sua atmosfera è un pezzo della nostra identità che rischia di andare perduto. Il vino può essere il filo che tiene insieme passato e presente”. L’idea è quella di costruire una linea — o forse una narrazione trasversale all’intera produzione — capace di evocare quegli ambienti, quei sapori, quella civiltà conviviale che la villa messinese incarnava. Non nostalgia fine a se stessa, ma recupero consapevole di un’eredità culturale che appartiene non solo alla famiglia Sergio ma a un intero pezzo di storia siciliana. In un’epoca in cui il vino si vende sempre più attraverso le storie che porta con sé, quella di Angela Miloro Tricomi e dello zio Saro è una materia narrativa di straordinaria ricchezza — ancora in gran parte inesplorata, ancora tutta da raccontare.
A chiudere il cerchio c’è una scelta che supera i confini dell’azienda. Angela Sergio ha accettato la candidatura alla presidenza del Consorzio ValdiNoto, realtà appena costituita e con un lungo percorso davanti. È un atto che rivela l’ampiezza della sua visione: non basta fare bene il proprio vino, bisogna contribuire a costruire le condizioni perché l’intero territorio faccia sistema. “Ho accettato perché voglio dare il mio contributo alla crescita enologica di questa zona. È una responsabilità, ma anche una missione”, conclude.
Barone Sergio, in fondo, non è solo una cantina. È la prova che si può attraversare il cambiamento senza perdere la memoria, che si può essere moderni senza rinnegare le radici, che la Sicilia vinicola migliore non è quella che imita, ma quella che scava in profondità nel proprio suolo — letteralmente e metaforicamente — e trova lì la sua ragione di esistere.
*Enologo
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