Terrà

Il paradosso green
L’Ue promuove politiche sostenibili e in Germania le industrie green chiudono battenti. La Cina ringrazia

Negli ultimi anni, l’Europa si è impegnata vigorosamente nella promozione delle politiche green, investendo risorse significative e adottando ambiziosi obiettivi ambientali. Questo impegno è stato sostenuto non solo da una convinzione diffusa ma dalla stessa convinzione espressa come un leitmotiv dall’Ue stessa: che l’industria europea del settore potesse decollare, portando con sé non solo benefici ambientali ma anche opportunità economiche e di crescita. Tuttavia, ciò che sta emergendo è un paradosso sorprendente: nonostante gli sforzi e le aspettative, l’industria green in Europa non decolla. Eloquente, il flop che si sta registrando in Germania. E questo nonostante al centro della politica europea c’è naturalmente l’applicazione degli obblighi di decarbonizzazione, linee guida che, grazie alla loro attenta applicazione, potrebbero di fatto rendere l’industria europea capofila delle tecnologie ambientali mondiali. Ma così non è.

Il vero colosso che continua a crescere in questo settore è la Cina che negli ultimi decenni ha lavorato per recuperare il tempo perduto e non solo ha fissato nel 2060 il raggiungimento della carbon neutrality, ma ha legiferato al fine di mettere in atto una serie di strategie nell’attuale quinquiennio, in scadenza nel 2025. Si parla di incremento del 25% delle energie alternative al petrolio, riduzione del 65% dell’uso domestico del carbone, e di un importantissimo investimento di riforestazione con un aumento della superficie di 4,5 bilioni di metri cubi. Al contempo nella Terra del Dragone, anticipando le scelte europee, le scelte dello Stato hanno permesso alle aziende di imporsi realmente sul mercato internazionale come leader dell’industria dell’energia green, superando di fatto anche la Germania che, come detto, sta vedendo arrivare al capolinea l’era della sua industria solare.

Nel 2022 quasi il 78% della produzione mondiale dei moduli che producono energia solare è prodotta dalla Cina

E così mentre la Germania vede i colossi del solare smantellare i propri stabilimenti, con scelte che consistono innanzitutto nello spostamento degli impianti in altri continenti, a cominciare dagli Stati Uniti; dall’altro non esistono supporti economici per continuare a produrre rendendo il business sostenibile. C’è chi, come ad esempio la Meyer Burger Technology, produttore di celle e moduli solari, con sede in Europa, ha avviato il processo di chiusura del suo stabilimento di produzione a Freiberg, in Germania, per spostare la sua base produttiva in Usa, per la presenza di un mercato più sostenibile da un punto di vista economico. O chi come la Solarwatt che ha minacciato di chiudere la sua fabbrica di Dresda, in Germania, se il governo non troverà una soluzione contro la concorrenza sleale della Cina. Cina che rimane dunque il vero leader nella produzione dei pannelli solari, facendo paura alle grandi aziende europee che non riescono a essere competitive.

Del resto, i dati parlano chiaro e dicono che nel 2022 quasi il 78% della produzione mondiale dei moduli che producono energia solare è prodotta dalla Cina, l’Europa si piazza solo all’ottavo posto di una classifica con una produzione che raggiunge lo 0,6% del totale. L’Europa si trova subito dopo la Thailandia, che comunque produce il doppio di quello che esce dalle fabbriche europee. Di fatto dunque, sovvenzionando l’acquisto di pannelli solari non si sovvenziona l’industria europea che non è supporta da politiche, ma viene sovvenzionata quella cinese, che aumenta esponenzialmente la propria produzione per colmare la richiesta internazionale. Le ragioni di questo paradosso sono molteplici e complesse. In primo luogo, nonostante gli investimenti considerevoli, il sostegno politico e le iniziative di incentivazione, l’industria verde europea si trova ancora ad affrontare una serie di sfide significative.

Queste includono la competizione globale con i leader del settore provenienti da altre regioni del mondo, l’incertezza normativa e la mancanza di coordinamento tra i diversi paesi europei. Un altro fattore critico è la questione della trasformazione delle infrastrutture esistenti. Mentre l’Europa si impegna a ridurre le emissioni di carbonio e ad adottare fonti energetiche rinnovabili, la transizione verso un’economia verde richiede investimenti massicci nella riconversione delle infrastrutture tradizionali. Questo processo è spesso costoso e richiede tempo, rallentando così il ritmo di sviluppo del settore verde. Inoltre, ci sono sfide legate alla disponibilità di risorse e materiali chiave necessari per la produzione di tecnologie verdi.

L’approvvigionamento di materiali come il litio per le batterie o i metalli rari per i pannelli solari può essere problematico a causa delle limitate riserve disponibili e delle implicazioni geopolitiche legate all’estrazione e al commercio di tali risorse. Un altro ostacolo da affrontare è rappresentato dalla resistenza al cambiamento all’interno di alcune industrie tradizionali. Settori come l’industria automobilistica o l’industria energetica hanno interessi consolidati e possono resistere alla transizione verso modelli più sostenibili, rallentando così il progresso complessivo verso una società verde. Insomma, per superare il paradosso delle politiche green, l’Europa deve adottare un approccio olistico e coordinato che affronti le molteplici sfide coinvolte. Questo potrebbe includere un maggiore sostegno finanziario per la ricerca e lo sviluppo, un miglioramento della regolamentazione per favorire l’innovazione e la diffusione delle tecnologie verdi, nonché una maggiore collaborazione tra i paesi europei per affrontare le sfide comuni.

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