Terrà

La rivoluzione lenta di Caruso & Minini: dove la vigna detta i tempi dell’impresa

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di Giacomo Alberto Manzo*

“Caruso & Minini” nasce da una storia agricola concreta, fatta di vigna prima ancora che di bottiglie. La famiglia Caruso coltivava vigneti già dalla metà del Novecento, nelle campagne tra Marsala e Salemi. Per decenni sono stati conferitori e venditori presso altre strutture. Conoscevano la terra, il clima, i tempi lenti dell’agricoltura, ma non avevano ancora deciso cosa fare da grandi.

Il momento fondante arriva alla fine degli anni Novanta, con la terza generazione della famiglia Caruso, che decide di realizzare il sogno di Nino, il padre: controllare l’intera filiera, dalla vigna alla bottiglia, era diventata la loro missione. L’incontro con la famiglia Minini, imprenditori bresciani innamorati della Sicilia, è stato decisivo. Da lì nasce un’azienda che unisce radici contadine e visione imprenditoriale. La conversione progressiva delle coltivazioni dei vigneti al biologico e l’investimento sulla qualità, e non sulla quantità, hanno definito in modo chiaro l’identità aziendale.

Andrea, Giovanna Stefano e Rosanna Caruso

Il territorio come ingrediente invisibile

Il territorio entra nel vino senza chiedere permesso. Le colline dell’entroterra marsalese, tra i 200 e i 450 metri, sono battute dal vento e fanno il sorriso al mare. Il suolo calcareo-argilloso è ricco di pietre o da “cuti” – ciottoli, pietre levigate dal mare o dai fiumi – che proteggono le radici dal caldo e trattengono l’umidità.

Un esempio concreto di questa influenza? La sapidità. Nei vini bianchi dell’azienda, soprattutto nel Grillo e nel Catarratto, quella nota salina non è una scelta stilistica: è il vento che porta i sali del mare fin dentro i filari. Per queste caratteristiche naturali, in cantina interveniamo il meno possibile, proprio per non mascherare questa peculiarità del territorio.

Il cuore pulsante dell’azienda sono i vigneti di collina e il lavoro che ruota intorno a essi. Il monitoraggio costante dei vigneti effettuato dall’agronomo e dagli enologi rappresenta il vero motore della qualità.

La tecnologia aiuta molto, ma tutto è correlato ed è in perfetta simbiosi con la microbiologia e con l’enologia. Ciò non sostituisce però l’esperienza. La mano dell’uomo resta insostituibile: l’uomo con la sua esperienza è un artigianato tecnologico, come amano definirlo in azienda.

La sfida più grande: cambiare mentalità

La sfida più complessa è stata cambiare mentalità: passare da una viticoltura orientata al mercato, tipica di una parte della Sicilia, a una visione più lunga, fatta di attesa, di rese contenute, di investimenti che non danno risultati immediati, ma nel tempo.

L’azienda ne è uscita rafforzando l’organizzazione, introducendo controlli rigorosi, certificazioni, e soprattutto imparando a leggere meglio i vini nel tempo. L’esperienza maturata ha insegnato che la coerenza paga, anche se richiede tempo e pazienza.

Il primo vero giorno di lavoro in azienda viene ricordato con nitidezza: in campagna, in mezzo alla vigna, proprio lì si avvertiva dentro una forte emozione. Una forte sensazione, come se si stesse per entrare in un sogno; qualcosa che esisteva prima e che sarebbe sopravvissuto a lungo.

In passato, si faceva tutto in modo empirico e non su base scientifica. Oggi è cambiato quasi tutto, tranne due cose: il rispetto e l’amore per la terra. Questi sono rimasti immutati.

In azienda lavora una squadra molto affiatata, in parte familiare e in parte composta da professionisti che collaborano da diversi anni. Ma Caruso & Minini non è un’isola ed è qualcosa di più.

L’azienda collabora con le realtà e maestranze territoriali. Si sente una forte responsabilità verso la comunità locale. Non sono solo un’azienda agricola: sono un presidio culturale di un paesaggio viticolo che rischierebbe, altrimenti, l’abbandono.

Sostenibilità: fatti, non slogan

Barrique con l’ Enologo Giuseppe Ferranti impegnato nella degustazione

Cosa significa davvero sostenibilità in Caruso & Minini? Significa fatti, non slogan. L’azienda produce il 100% dell’energia elettrica che utilizza grazie all’impianto fotovoltaico. Riduce drasticamente le emissioni di CO₂, lavora in biologico, favorisce la biodiversità nei vigneti, risparmia acqua ed energia.

Ma sostenibilità è anche sociale: condizioni di lavoro corrette, sicurezza, formazione periodica, trasparenza. Le certificazioni di cui l’azienda è in possesso servono a misurarsi ogni giorno. Non certamente a raccontarsi meglio. Per Caruso & Minini è molto importante, inoltre, la collaborazione con il Laboratorio Zanzara di Torino, che è una cooperativa sociale no-profit che si occupa di ragazzi con disabilità cognitivo-comportamentali a cui è stato affidato il rebranding aziendale.

Guardando al futuro, l’azienda sta investendo sul tempo. Sulla capacità dei vini di invecchiare, sulla spumantistica (metodo classico), sulle selezioni che raccontano il territorio dell’agro marsalese.

Si investe molto sulle relazioni: collaborazioni, mercati esteri, ma sempre con l’idea che la Sicilia non debba rincorrere mode, bensì proporre una visione propria.

Il prezzo giusto: il costo reale della qualità

Cosa dovrebbero capire i consumatori del “prezzo giusto”? Dietro una bottiglia non c’è solo il vino, c’è l’uomo con il suo lavoro, accorgimenti agronomici e tecnici, energia pulita, certificazioni, ricerca, attese lunghe.

Il prezzo giusto non è un sovrapprezzo: è il costo reale di un’agricoltura che non sfrutta il territorio, ma che lo custodisce. Chi lo comprende, diventa parte del percorso dell’azienda.

Tra vent’anni, la speranza è di aver lasciato un’azienda solida, certo, ma soprattutto un esempio. Dimostrare che in Sicilia si può fare impresa agricola di qualità, rispettando la terra e le persone, senza snaturarsi.

L’auspicio è che Caruso & Minini venga ricordata come una realtà che ha dato valore al territorio, che ha raccontato Marsala e il suo entroterra con onestà, e che ha contribuito a costruire una memoria agricola viva, non nostalgica.

*Enologo

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