Terrà

Il libro
“La ragione del cibo”, Leonardo Sciascia a tavola

Il libro “La ragione del cibo” Leonardo Sciascia a Tavola da una conversazione con Vito Catalano, di Lillo Alaimo Di Loro, edito dalla casa editrice Salvatore Sciascia, di Caltanissetta, rappresenta di fatto la prima “biografia gastronomica” ufficiale dedicata allo scrittore racalmutese Leonardo Sciascia, di cui nel 2021 ricorreva il centenario della sua nascita. Prendendo spunto dai ricordi di Vito Catalano, nipote dello scrittore di Racalmuto abbiamo cercato di tracciare un ritratto singolare di Leonardo Sciascia: amante della buona cucina e della convivialità, molto attento al gusto dei cibi e pronto a mettersi ai fornelli per sperimentare pietanze nel solco della tradizione siciliana o per inventarne di nuove. Il libro esplora i temi più disparati ma collegati tra loro e tutti riconducibili al cibo e alla sua “ragione”. Tra gli elementi di narrazione che è possibile estrapolare da questa insolita conversazione, vi è il paesaggio culturale che si sviluppa intorno alla casa della Noce.

Si legge nel libro: “La Noce è tra le tante contrade di Racalmuto che ha tutti i requisiti per conciliare il bisogno di contemplazione, insito in ogni creatura umana, con il bisogno della speculazione intellettuale, per coloro che ne sentono la necessità. È infatti una contrada dove l’aria è fresca e ventilata; la vegetazione è rigogliosa e il paesaggio costantemente dominato dal colore verde, con tutte le sue variabili cromatiche”. E ancora: “Qui sono nate alcune delle opere più importanti della letteratura dell’ultimo secolo. Se mai ce ne fosse bisogno, ciò sta a dimostrare che se talvolta succede che la forma s’accora all’intenzion de l’arte è anche perché il ‘contesto’ è favorevole a che a risponder la materia non sia sorda”. (parafrasando la Divina commedia – canto 1 vv. 127-132).

Dentro questo racconto, arricchito da minuziose materiche osservazioni, si esplora in ogni suo anfratto il rapporto intimo tra Sciascia uomo e il cibo, attraversando i tre periodi cruciali che di fatto accompagnano la società italiana alle porte terzo millennio: il periodo compreso tra le due guerre (anni delle difficoltà e delle privazioni); gli anni ’50 e ’60 (dello sfaldamento del modello rurale mediterraneo), della “rivalsa” dalla fame e delle lusinghe della nuova “propaganda dei consumi”, e infine gli anni ’80, dei primi accenni di consapevolezza di dieta quale nuovo e costruttivo rapporto con il proprio corpo. Nato nel 1921, Leonardo Sciascia è quindi testimone consapevole di questa evoluzione, riuscendo a mantenere con il cibo un rapporto refrattario ad ogni tentazione sub culturale, ma sempre aperta al desiderio di continua sperimentazione e contaminazione interculturale.

In altre parole, “… credo che lo scrittore racalmutese non abbia mai trascurato l’attenzione alla qualità del cibo inteso nel senso più completo del termine. Il cibo come piacevole sintesi di una ricchissima gamma di ingredienti della cucina mediterranea, evocativi di una cornice scenografica tra le più pregiate d’Italia, frutto del contributo di tutte le culture che vi si sono susseguite negli ultimi due millenni senza sovrastarsi ma raccogliendosi in un’unica sinfonica armonia. Il cibo come ambasciatore del paesaggio mediterraneo e della civiltà contadina, importante chiave di lettura per comprendere le dinamiche sociali e culturali di una sicilianità ancora da esplorare del tutto. Insomma i saperi del territorio rappresentati attraverso la cucina “dei semplici”, in grado però di raccontare le sfumature più recondite delle microstorie locali quale paradigma dei sistemi dei valori e della macrostoria dell’uomo”.

Nella “ragione del cibo”, alla fine quindi si parla di tutto, non solo del cibo tout court ma del tanto che vi sta attorno e quando se ne parla, non è mai il racconto delle pietanze gradite allo scrittore, piuttosto dell’anima degli ingredienti e dei prodotti, del loro rapporto intimo con il territorio che li “genera” e di cui essi stessi ne sono presidio. Frammenti di quella straordinaria storia quotidiana che è l’atto del cibarsi, che diventa arte quando la sua consapevolezza culturale si mescola con il piacere dei fornelli e la gioia del palato. Esperimento, a nostro parere riuscito, che ci auspichiamo abbia il potere di suggerire un modus operandi che alla luce della realtà contemporanea auspichiamo guadagni sempre più terreno, affinché ciascuno, individuo o popolo possa provvedere con le sue possibilità e la sua creatività alla migliore alimentazione possibile.

Come dire: “il cibo che consolida sempre di più il suo ruolo di collegamento tra territorio e cultura del buon vivere, in modo che ciascun territorio possa al meglio produrre il proprio cibo, nel modo migliore e insieme più lieve”. Come avrebbe detto il maestro di Regalpetra: “A ciascun territorio la sua agricoltura a ciascun popolo la sua dieta”.

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