Cantina Marilina, un patto tra cemento e Moscato di Noto: come un’antica tecnica diventa l’ultima frontiera dell’identità nel vino siciliano
di Giacomo Alberto Manzo*
Il profumo è quello della macchia mediterranea bruciata dal sole, della salsedine che arriva dal mare vicino, della terra rossa e arsa. Qui, nel cuore del Sud-Est siciliano, la Cantina Marilina non produce semplicemente vino. Coltiva un’idea di mondo. A guidarla è Marilina Paternò, voce ferma e occhi che sorridono, custode di una filosofia agricola che trasforma ogni gesto in una dichiarazione d’intenti. Il filo conduttore? Un legame viscerale, quasi ancestrale, con una terra che chiede di essere ascoltata, non sfruttata.
L’azienda non nasce per caso, ma da un’idea precisa come un taglio di forbici. “L’obiettivo era ed è valorizzare questo territorio attraverso vini fortemente identitari”, spiega Marilina, “nel rispetto totale dei principi di sostenibilità”. Sono parole che oggi risuonano ovunque, ma qui hanno il peso della pratica quotidiana iniziata nel 2001. La scelta del biologico non è stata un adeguamento al mercato, ma il presupposto. La scelta dei vitigni autoctoni – il Moscato Bianco di Noto, il Grecanico, il Nero d’Avola – non è folclore, ma la ricerca di una voce autentica.
Ma è in cantina che la visione si fa materia. Le vasche di cemento per la vinificazione e l’affinamento non sono un capriccio enoico, bensì una scelta radicale. “È per immergerci totalmente nelle tradizioni di questo territorio”, afferma. Rinunciare alle barriques di rovere significa rifiutare un linguaggio internazionale standardizzato, optando per un dialetto locale, puro. Il cemento, poroso e neutro, diventa il grembo dove il frutto dialoga solo con la sua terra d’origine, in un’affascinante ossimoro tra antico e moderno.
La “teoria del lasciare”
In un’epoca dominata dall’interventismo tecnologico, a Marilina applicano una filosofia disarmante: la “teoria del lasciare”. “Maciniamo tutte le uve, bianche e rosse”, racconta Paternò. “Attraverso questa fase prendiamo tutto ciò che ci serve, interveniamo il meno possibile. Cerchiamo, soprattutto, di mantenere le caratteristiche organolettiche proprie di ogni vitigno”.
Il vero ingrediente segreto, dunque, non è una lievito selezionato o una pratica enologica esoterica. È il tempo. “Abbiamo scelto di dare tempo ai nostri vini, senza spingerli, accompagnandoli pazientemente durante il loro percorso”. È un atto di umiltà e fiducia. Un affidarsi al ritmo lento delle stagioni e della maturazione, anziché forzarlo. In questo approccio, il vignaiolo non è un demiurgo, ma un ostetrico: assiste alla nascita di un vino che è già scritto nel DNA dell’uva e nel carattere del suolo.
Chiedere a Marilina di cosa sia più orgogliosa è come chiedere a un genitore di scegliere il figlio preferito. La risposta, però, arriva chiara e doppia. Da un lato, c’è la squadra. “La nostra è un’azienda a conduzione familiare, ognuno di noi apporta il proprio sapere e la propria esperienza: è questa la nostra forza”. Un nucleo allargato, dove i collaboratori diventano parte della famiglia, condividendo saperi manuali e visione.
Dall’altro lato, l’orgoglio sta proprio nella diversità. “Sicuramente quello di cui andiamo orgogliosi è il fatto di non omologarci, rompiamo gli schemi e ci differenziamo”. In un panorama enologico globale dove molti vini assomigliano a degli standard di lusso, Marilina punta sulla personalità, sull’identità spigolosa e riconoscibile. Una scelta che, nota con soddisfazione, oggi viene finalmente compresa: “Sicuramente ci ripaga il mercato che oggi è più pronto a recepire i nostri vini”.
Resilienza senza compromessi
Anche il paradiso siciliano ha le sue tempeste. Periodi meno facili, ostacoli, i rischi fisiologici dell’imprenditoria agricola. La tentazione di deviare, di cercare scorciatoie commerciali, deve esserci stata. Eppure, la linea è rimasta dritta. “Nonostante i piccoli ostacoli incontrati durante il percorso, nulla è cambiato, i nostri valori e le nostre idee sono sempre uguali”, dichiara con fermezza Marilina. Anzi, le difficoltà hanno avuto un effetto collaterale positivo: “Sicuramente ci si ritrova più forti e coesi di prima”. Le crisi, così, non hanno eroso i principi fondanti, li hanno invece temprati, dimostrando che un progetto basato su un’identità solida possiede una sua intrinseca resilienza.
Il ricordo del primo, vero giorno di lavoro è ancora vivido. “La sensazione era di assoluta determinazione e forza”, rievoca. “Ero lì a seguire tutto e tutti e ad assorbire ogni cosa come fossi una spugna”. Un’immagine potente che racchiude l’essenza dell’apprendimento contadino: l’osservazione, la pazienza, l’umiltà di chi sa di dover imparare dalla terra e da chi la lavora da più tempo. La giornata tipo era già un manifesto: la mattina nei campi, con la squadra, a sporcarsi le mani; il pomeriggio in amministrazione, a imparare i numeri che sostengono la poesia. Una doppia formazione, pratica e gestionale, che forgia un’imprenditrice completa.
Sostenibilità misurata
Se la parola “sostenibilità” rischia di svuotarsi per abuso, in questa cantina è un protocollo misurabile. Il biologico è la base, ma dal 2021 si sono spinti oltre, aderendo al programma VIVA promosso dal Ministero dell’Ambiente. Non è un bollino, ma un sistema di accountability che misura l’impatto su quattro indicatori scientifici: Aria, Acqua, Vigneto e Territorio.
“L’applicazione degli indicatori… consente ai produttori di elaborare effettive strategie per la riduzione degli impatti generati”, spiega Marilina. Significa calcolare l’impronta di carbonio di ogni bottiglia, ottimizzare ogni goccia d’acqua, tutelare la biodiversità del vigneto come un ecosistema complesso. È la sostenibilità che passa dai proclami ai dati, dai desideri ai piani di miglioramento obbligatori. Una sostenibilità adulta, fatta di scelte concrete e monitorate.
Guardare avanti, a Marilina, è un esercizio che si pratica con i piedi ben piantati nel presente. La proiezione verso il domani ha un nome: Angelo, il padre. “Grazie a mio padre, che è da sempre una persona lungimirante e determinata, siamo stati sempre un passo avanti”. È questa trasmissione generazionale di visione che permette di sognare il prossimo capitolo: la progettazione di un agriturismo. Non una diversificazione fine a se stessa, ma un modo per approfondire la connessione con il territorio, per accogliere e far vivere l’esperienza completa di questo angolo di Sicilia, trasformando i visitatori in ospiti e testimoni.
In un dibattito spesso polarizzato tra prezzi stracciati e bottiglie da sballo, Marilina Paternò introduce un concetto più sofisticato: l’equilibrio. “Secondo noi non esiste ‘il prezzo giusto’, esiste il rapporto di equilibrio tra qualità e prezzo”. È una posizione che responsabilizza sia il produttore, che deve garantire una qualità coerente, sia il consumatore, chiamato a una scelta consapevole.
E oggi, nota, questa consapevolezza cresce. “I consumatori sono sempre più consapevoli di ciò che mangiano e bevono, alla luce della comunicazione prima e del consumo dopo dei vini di ogni azienda”. Il valore di una bottiglia di Marilina, quindi, non è solo nel liquido ambrato o rubino, ma nell’intero sistema di valori che rappresenta: il lavoro manuale, la tutela ambientale certificata, la salvaguardia del patrimonio viticolo autoctono, la pazienza.
L’eredità
Tra vent’anni, quando Marilina guarderà indietro, cosa spera di aver lasciato? La risposta è un testamento spirituale che va ben oltre il fatturato. “La qualità del lavoro. La bellezza di lavorare con la terra. La cultura e la storia che c’è dietro un calice di vino”. E poi, il principio cardine: “Il rispetto di ciò che la terra può darci. L’amore e la passione per ciò che si fa”.
Ma c’è un’urgenza, quasi una missione, nella sua conclusione. “Oggi viviamo in un mondo fatto di superficialità e improvvisazione”. Contro questo rumore di fondo, il suo desiderio è tramandare un’alternativa tangibile: “Vorrei lasciare ai giovani la voglia di vivere veramente questa terra, di viverla toccandola con mano e non dietro una foto vista o scattata su Instagram”.
È qui che il cerchio si chiude. La Cantina Marilina non è solo un’azienda vinicola. È un presidio. Un atto di resistenza contro l’omologazione, contro la fretta, contro la relazione virtuale con la realtà. Ogni loro bottiglia è un invito a rallentare, ad assaporare, a riconnettersi con un sapere antico e concreto. È vino che non ubriaca, ma risveglia. E in un’eporia di immagini filtrate, il loro messaggio più potente è forse questo: la verità più autentica si trova sporcandosi le mani.
*Enologo
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Vuoi ricevere gli aggiornamenti di Terrà per email?
ISCRIVITI ALLA NEWSLETTERRivelazioni Rasff
Pesticidi vietati nelle arance provenienti dall’Egitto, l’allarme del Consorzio arancia rossa di Sicilia
Il sistema di allerta rapido segnala residui di erbicidi tossici oltre i limiti consentiti durante i monitoraggi doganali invernali.
Lo scenario
La nuova frontiera verde: come la Sicilia sta diventando la Silicon Valley dell’agritech
Startup e professionisti trasformano le coltivazioni siciliane, con droni, IA e sensori per combattere siccità e parassiti. Stimate 5.000 nuove assunzioni entro il 2026. A sostenere questo cambiamento ci sono risorse del PNRR, insieme ad altri incentivi. Fondi che hanno
I dati Anicav
Legumi in scatola, eccellenza da 1,2 miliardi di euro: export in crescita
Il comparto delle conserve vegetali conferma il suo ruolo strategico con oltre la metà del fatturato legato all’export
