Biologico
Biologico, la Sicilia guida la rivoluzione verde del vino italiano. Sammartino: “Incentivi nella Gdo”
di Gaetano Mineo
Trentatremila ettari di vigneto biologico, un miliardo di euro di fatturato, 164 cantine (28 bio) a Verona: la Sicilia non porta a Vinitaly 2026 solo vino, ma un modello di sviluppo rurale che intreccia ecologia, legalità e mercato globale.
Con 33.800 ettari certificati la Sicilia è la prima regione italiana per superficie viticola biologica, concentrando il 25-26% dell’intera superficie bio nazionale. Su una piattaforma vitata complessiva di circa 97.000 ettari – seconda in Italia solo al Veneto per estensione totale – l’isola ha costruito un primato green che ora si traduce in strategia commerciale, incentivi pubblici e presenza coordinata sui mercati esteri.
Alla rassegna veronese (12-15 aprile), la Regione porta per la prima volta una collettiva unitaria con 28 cantine certificate biologiche, un convegno tematico e un allestimento che raccorda vino, enoturismo e prodotti tipici sotto un’unica regia. È una scelta politica oltre che promozionale.
Sammartino: “Incentivi anche nella GDO”
A dettare la linea è l’assessore regionale all’Agricoltura Luca Sammartino, che a Verona ha rivendicato la continuità e la profondità dell’investimento pubblico sul comparto. “Da tanti anni il nostro governo investe sull’agricoltura biologica”, ha dichiarato.
“La biodiversità della Sicilia ci ha consentito di essere oggi la prima regione italiana con un territorio biologico che pone la Sicilia ai vertici europei sul fronte green”. L’assessore ha poi annunciato una mossa che cambierebbe la struttura distributiva del settore: “Nei prossimi mesi incentiveremo il consumo, la produzione e la commercializzazione del biologico nella grande distribuzione”.

Marco Lupo (capo dipartimento MASAF), Giusi Mistretta (commissario straordinario dell’IRVO), Luca Sammartino (assessore regionale per l’Agricoltura) e Vito Bentivegna (direttore IRVO)
Non è un annuncio di routine. La GDO rappresenta il collo di bottiglia storico per i prodotti bio certificati, penalizzati da costi di certificazione più alti e da una percezione di prezzo che comprime i volumi sullo scaffale. Portare il vino biologico siciliano nella grande distribuzione significherebbe aprire un canale alternativo all’export, che oggi assorbe la quota più pregiata della produzione isolana.
Sammartino ha inoltre sottolineato la novità istituzionale della collettiva: “La Regione Siciliana per la prima volta in questo Vinitaly 2026 ha voluto unire le cantine biologiche, per valorizzarne l’identità e dare spazio alle potenzialità della filiera”. La regia unica, insomma, non è un’operazione di facciata. È la consapevolezza di trattare il biologico non più come nicchia da presidiare ma di gestirlo come asset strategico da sviluppare.
Il vigneto come infrastruttura ecologica
I numeri ambientali forniscono la cornice scientifica a questa ambizione politica. I 33.000 ettari biologici siciliani permettono di risparmiare indicativamente 8 milioni di tonnellate di CO₂, oltre 2.000 tonnellate di azoto nitrico e 7 milioni di metri cubi d’acqua rispetto a un regime convenzionale. La proiezione su scala nazionale è ancora più significativa.
“Se trasformassimo tutta la viticoltura italiana in regime biologico, ovvero 600.000 ettari di vigne, avremmo un vantaggio di 160 milioni di tonnellate di CO₂, 36 milioni di azoto nitrico e 120 milioni di metri cubi d’acqua”, ha scandito a Verona Lillo Alaimo Di Loro, presidente nazionale di Italiabio. Poi la sintesi: “La Sicilia con il suo vigneto biologico è il vero polmone ecologico d’Italia, insieme alla Toscana e alla Puglia”.
Non è retorica ambientalista. È argomento negoziale, già incorporato nelle politiche di spesa pubblica regionale. I bandi OCM Vino 2025-2026 per la ristrutturazione dei vigneti assegnano punteggi aggiuntivi in graduatoria – tra i 5 e i 7 punti – alle aziende condotte interamente in biologico certificato o aderenti a regimi di qualità come lo SQNPI. Un plafond di circa 40 milioni di euro è stato destinato a convertire vigneti in sofferenza in impianti più moderni, meno idrovori, strutturalmente orientati alla sostenibilità. La politica agraria, stavolta, segue la domanda di mercato anziché inseguirla.
Una filiera che racconta il riscatto civile
Tra le 28 cantine certificate presenti a Verona figurano cooperative che lavorano su terreni confiscati alla criminalità organizzata, imprese gestite da donne che presidiano vitigni autoctoni – Nero d’Avola, Grillo, Catarratto – con metodi tramandati per generazioni, e startup giovanili che usano la certificazione biologica come leva di posizionamento internazionale. Tre segmenti diversi per storia e dimensione, accomunati dalla scelta di fare del metodo biologico non una costrizione normativa ma un’identità d’impresa.
Giusi Mistretta, commissario straordinario dell’IRVO, ha descritto l’atmosfera dello spazio destinato alla Regione con una lettura più ampia: “Nel Padiglione 2 c’è una Sicilia unita, con un’area dedicata ai beni culturali, un’altra allo street food d’autore, si respira l’ambizione di una regione con indole enoturistica”. Il dato sostanzia l’affermazione: circa il 90% delle cantine siciliane offre attività legate al turismo enogastronomico, un indice di integrazione verticale tra produzione e accoglienza che poche regioni italiane possono vantare.
Il sistema SOStain e i mercati globali
Sul versante della sostenibilità certificata, il programma SOStain Sicilia – promosso dal Consorzio DOC Sicilia e da Assovini – conta circa 40 aziende associate, 24 delle quali già certificate, su oltre 5.700 ettari e 21 milioni di bottiglie.
Lo strumento funziona come secondo livello di garanzia: non sostituisce la certificazione biologica, ma la incrocia con parametri di sostenibilità più ampi. Tra i progetti concreti, la bottiglia leggera O-I con il 95% di vetro riciclato proveniente esclusivamente dalla raccolta differenziata siciliana: un indicatore di filiera chiusa che i buyer internazionali leggono come segnale di credibilità industriale, non di marketing.
L’asse commerciale più promettente resta quello dei mercati anglosassoni e asiatici, dove il biologico è un fattore competitivo strutturale rispetto alla concorrenza francese e spagnola. Le DOC Sicilia, Etna e Terre Sicane registrano incrementi all’export su questi fronti, trainate dall’abbinamento tra vitigno autoctono e certificazione green.
Marco Lupo, capo dipartimento del MASAF, ha inquadrato la traiettoria in una cornice istituzionale: “La Sicilia negli ultimi anni ha fatto un cambio di passo, posizionandosi tra le regioni più attive nel settore dell’agricoltura, sia per l’accesso alle misure del PNRR, sia per la progettualità. Una regione attiva e ricca di eccellenza, che con la filiera del vino mostra tutta la sua vivacità”.
La sfida strutturale non è scomparsa: i prezzi di vendita restano insufficienti a remunerare i costi aggiuntivi della certificazione per molte piccole aziende, e la pressione sulle marginalità è reale. Ma Vinitaly 2026 fotografa una Sicilia che ha chiuso la fase sperimentale. La nicchia è diventata sistema. Il vigneto biologico è diventato politica industriale. La distanza tra il terreno e il mercato – e tra Palermo e Verona – si è accorciata in modo misurabile.
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