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Svolta storica in Sicilia: sette mila imprese agroalimentari si uniscono e cambiano le regole del gioco

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Per decenni, la Sicilia agroalimentare ha sofferto di un paradosso clamoroso: essere tra le regioni più ricche d’Europa per varietà, qualità e densità di denominazioni protette, e restare al tempo stesso incapace di parlare con una voce sola. Troppi tavoli, troppi soggetti, troppa diffidenza tra territori contigui. E così, nella sede catanese della Camera di Commercio del Sud-Est Sicilia, qualcosa si è rotto in quel copione antico. Con la formalizzazione della fusione per incorporazione tra il Distretto delle Filiere e dei Territori di Sicilia in Rete e il Distretto del Sud-Est Sicilia “Etna – Val di Noto”, l’isola ha compiuto una scelta che raramente sa fare: ha scelto di unirsi.

Non è retorica. È aritmetica. Sette mila seicento cinquanta (7.650) imprese. Diciassette mila e cinquecento (17.500) addetti. Un fatturato complessivo — diretto e indiretto — che si attesta intorno al miliardo di euro. Numeri che, finché erano divisi tra due organismi separati, valevano meno della loro somma. Messi insieme, costruiscono una massa critica difficile da ignorare.

Il nodo storico della frammentazione

L’agricoltura siciliana ha sempre avuto tutto: suoli, clima, biodiversità, una tradizione produttiva sedimentata in secoli di civiltà contadina. Quel che le è mancato, sistematicamente, è la capacità di aggregarsi oltre i confini del proprio comune, della propria filiera, della propria provincia. Il risultato è stato una dispersione di energie, una debolezza strutturale nei confronti delle istituzioni nazionali ed europee, una difficoltà cronica nell’intercettare risorse e nel presidiare i mercati esteri con continuità.

La fusione di risponde precisamente a questo nodo. Il nuovo soggetto distrettuale raccoglie in un’unica piattaforma le principali filiere produttive dell’isola: il Distretto degli Agrumi, quello Ortofrutticolo di qualità, la filiera della frutta in guscio, il comparto lattiero-caseario, quello cerealicolo, la pesca e la crescita blu, l’Associazione dei Produttori Olivicoli. Vi confluiscono anche centri di ricerca come Corfilcarni e Corfilac, i Biodistretti Terre degli Elimi e Valle del Simeto, e una costellazione di consorzi di tutela tra i più riconoscibili del Paese: Pomodoro di Pachino IGP, Cioccolato di Modica IGP, Ragusano DOP, Olio Monti Iblei DOP, Cerasuolo di Vittoria DOCG, vini Etna DOC e Monte Etna DOP.

Una piattaforma per governare la transizione

Per Angelo Barone, presidente del Distretto delle Filiere e dei Territori di Sicilia in Rete, si tratta di “uno strumento capace di accompagnare le imprese nei processi di transizione ecologica, digitale e di internazionalizzazione”. Barone è anche soggetto attuatore del contratto di distretto, figura che cumula responsabilità politica e operativa in un momento in cui la distinzione tra le due conta.

Le tre direttrici indicate — ecologia, digitalizzazione, apertura internazionale — non sono slogan. Sono le tre pressioni che il comparto agricolo italiano, e quello meridionale in particolare, non può più eludere. La transizione ecologica impone riconversioni produttive costose. La digitalizzazione richiede investimenti che la singola piccola impresa non può sostenere da sola. L’internazionalizzazione esige una presenza continuativa sui mercati esteri che solo una struttura sovraordinata può garantire. La cooperazione, in questo quadro, non è una scelta ideologica: è una necessità economica.

La scommessa della comunità del cibo

Il traguardo dichiarato è la costruzione di una “Comunità del Cibo siciliano”, formula che rimanda a una precisa cornice normativa: il sistema nazionale dei Distretti del Cibo, consolidato dalla legislazione degli ultimi anni, che apre l’accesso a canali di finanziamento ministeriale, a programmi di promozione internazionale, a sedi di confronto con le istituzioni centrali. Entrarvi con il peso di un polo da sette mila imprese è diverso dall’entrarvi come soggetto frammentato e periferico.

Competitività, sostenibilità e identità territoriale sono i tre assi dichiarati della strategia. Un triangolo ambizioso, che dovrà tenere insieme le ragioni del mercato e quelle del territorio, la logica industriale e quella culturale. La Sicilia ha già dimostrato di saper produrre eccellenza. La domanda che ha trovato risposta — almeno sulla carta — è se sa anche amministrarla in comune. Staremo a vedere.

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