Politiche sociali
Stop ai ghetti: la Sicilia investe sulla dignità dei lavoratori agricoli. Il Mezzogiorno stanzia 30 milioni
La Sicilia mette a sistema risorse europee e ricerca sul campo per smantellare gli insediamenti informali che ogni stagione accolgono migliaia di braccianti stranieri. Quasi otto milioni di euro — parte di un investimento interregionale da oltre 31 — finanzieranno la riqualificazione di immobili in tre aree agricole chiave dell’isola. Un programma che nasce da dati precisi: 115 siti censiti, condizioni documentate, responsabilità istituzionali definite.
Trenta milioni per cinque regioni del Sud
L’investimento complessivo supera i 31 milioni di euro e coinvolge cinque regioni meridionali. Le risorse provengono dal Fondo europeo di sviluppo regionale (Fesr) e sono integrate dai fondi Fami 2021-2027 e Fse+ 2021-2027. La base giuridica è una convenzione siglata tra il ministero del Lavoro e delle politiche sociali e le singole regioni destinatarie. Per la Sicilia, il soggetto firmatario è l’assessorato delle Politiche sociali e famiglia. La quota assegnata ammonta esattamente a 7.926.373,54 euro.
L’obiettivo dichiarato è duplice: offrire soluzioni abitative sicure ai lavoratori stagionali stranieri impiegati nel settore agricolo e contribuire al superamento definitivo degli insediamenti informali, fenomeno che in alcune aree del Mezzogiorno raggiunge dimensioni critiche. Nei momenti di picco delle campagne di raccolta, certi di questi agglomerati arrivano a ospitare oltre 2.500 persone in strutture fatiscenti, prive di servizi essenziali e spesso ai margini di qualsiasi controllo sanitario e amministrativo.
Campobello, Canicattì e Scicli: tre cantieri strategici
Gli interventi si concentreranno in tre territori a vocazione agricola intensa: Campobello di Mazara, nel Trapanese, area olivicola di primaria importanza nazionale; Canicattì, nell’Agrigentino, cuore della produzione viticola e ortofrutticola; Scicli, nel Ragusano, distretto delle serre che assorbe ogni anno flussi consistenti di manodopera stagionale. Sono esattamente i luoghi dove la pressione migratoria si fa più acuta nei mesi di raccolta e dove il fenomeno degli insediamenti informali ha radici più profonde.
Gli interventi previsti riguardano il recupero e la riqualificazione di immobili esistenti, da convertire in strutture di accoglienza funzionali e dignitose. Non si tratta, quindi, di nuova edificazione, ma di un recupero del patrimonio edilizio dismesso o sottoutilizzato, con l’obiettivo di garantire condizioni abitative compatibili con i requisiti minimi di sicurezza e igiene.
Centoquindici insediamenti censiti, uno studio come fondamenta
Il piano nasce dal rapporto “L’emersione dei non-luoghi. L’abitare delle persone migranti in situazione di sfruttamento lavorativo in Sicilia”, prodotto nell’ambito del precedente progetto P.I.U. Su.Pr.Eme. Il documento ha censito 115 insediamenti informali e strutture fatiscenti presenti nel territorio regionale, restituendo una mappa dettagliata dei contesti di maggiore vulnerabilità. È quella ricerca, condotta sul campo, ad aver orientato la scelta dei tre comuni prioritari e a fornire la base empirica necessaria per calibrare gli interventi.
La Sicilia, in questo quadro, non si limita al ruolo di beneficiaria. È il soggetto capofila del partenariato interregionale che guida Su.Pr.Eme. 2 insieme a Basilicata, Calabria, Campania e Puglia, con il coinvolgimento di Nova Consorzio Nazionale per l’Innovazione Sociale. Una posizione di responsabilità che implica funzioni di coordinamento, rendicontazione e indirizzo su scala sovraregionale. Sul terreno, i cantieri. Sulla carta, una governance strutturata. La misura del programma si giudicherà, alla fine, da entrambe le parti.
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