Terrà

Parla l'esperto
Otto mila allevamenti, zero potere contrattuale: il latte di pecora siciliano paga il prezzo della frammentazione

Condividi:

Numeri che raccontano uno squilibrio strutturale, prima ancora che di mercato. La Sicilia si presenta come la seconda regione d’Italia per patrimonio ovino da latte — 641.959 capi censiti dalla Banca dati nazionale, 8.853 allevamenti distribuiti su un territorio che non ha mai davvero costruito una filiera — eppure spunta il prezzo più basso tra le regioni vocate: 120 euro a ettolitro nelle quotazioni Ismea di marzo 2026, contro i 150 della Sardegna e i 165 della Toscana. Un divario di 45 euro rispetto all’isola sorella, insostenibile per chiunque debba fare i conti a fine mese.

L’analisi

Il calo è stato rapido quanto brutale: dai 130 euro di fine 2025 ai 120 attuali nel giro di pochi mesi, in un contesto di eccesso di offerta e domanda industriale in contrazione. Gli allevatori sono già in piazza a chiedere contratti scritti obbligatori e prezzi equi. Ma la radice del problema è più antica delle quotazioni di questo inverno.

“Quello che stiamo osservando non è una crisi congiunturale – spiega a Terrà Santo Caracappa, scientific adviser dell’Istituto Sperimentale Zootecnico della Sicilia -: è la resa dei conti di decenni di mancata organizzazione. La Sicilia produce latte di qualità, con tre Dop riconosciute e una biodiversità zootecnica che non ha pari, ma continua a cedere valore lungo la filiera perché i produttori arrivano al tavolo delle trattative senza contratti, senza aggregazione e senza infrastrutture logistiche adeguate”.

In pratica, per l’esperto, nell’isola ci sono sale di mungitura insufficienti, la carenza di centri di raccolta capillari, le strade rurali che non consentono il ritiro regolare del latte. E tutto ciò, come sostiene lo stesso Caracappa, nel confronto con Sardegna e Toscana, il differenziale di prezzo non riflette la qualità del prodotto ma la debolezza del sistema. “Finché non si costruiranno reti associative solide tra produttori e non si garantiranno contratti di filiera a lungo termine, ogni ripresa dei prezzi resterà temporanea e vulnerabile alla speculazione dell’industria di trasformazione” conclude l’esperto.

Un grandezza senza potere

Il paradosso siciliano è questo: una regione che contribuisce per circa il 12% della produzione lattiero-ovina nazionale — stimata in 60mila tonnellate su un totale di quasi 500mila — non riesce a tradurre quella massa critica in forza contrattuale. I motivi sono strutturali e si alimentano a vicenda.

L’isolamento logistico è il primo fattore. A differenza della Sardegna — dove la cooperazione storica ha costruito una rete di raccolta capillare — e della Toscana, dove filiere corte e trasformazione aziendale di qualità hanno blindato i prezzi verso l’alto, la Sicilia, come detto, sconta l’assenza di infrastrutture dedicate: strade rurali inadeguate, sale di mungitura insufficienti, centri di raccolta latte distribuiti in maniera discontinua sul territorio. Di conseguenza, il latte siciliano fatica a raggiungere i trasformatori a condizioni competitive.

La debolezza associativa è il secondo nodo. Senza un’organizzazione dei produttori strutturata, ogni allevatore affronta il mercato da solo, con un potere contrattuale vicino allo zero di fronte all’industria di trasformazione. Mentre le regioni concorrenti possono offrire all’industria volumi garantiti e continuità logistica — condizioni che si traducono in contratti pluriennali a prezzi stabili — la Sicilia offre frammentazione. E il mercato premia la continuità, non la frammentazione.

Le dinamiche in gioco

L’industria di trasformazione ha approfittato di questa debolezza in maniera sistematica. Con un’offerta locale in crescita — la produzione di latte è aumentata — e senza contratti di filiera che vincolino i rapporti tra produttori e caseifici, i trasformatori hanno compresso i prezzi. Il meccanismo è elementare: più latte sul mercato, nessuna garanzia di ritiro, nessuna obbligazione scritta. Il risultato è speculazione, riconosciuta esplicitamente dagli stessi allevatori mobilitatisi in questi mesi.

Il divario con le altre regioni non si spiega solo con l’economia: si spiega con la politica agricola. Sardegna e Toscana hanno investito — con tempi e modalità diverse — nella costruzione di filiere strutturate, riconoscimenti Dop valorizzati e accordi interprofessionali. La Sicilia ha tre DOP di assoluto valore — il Pecorino Siciliano (circa 112 tonnellate certificate), la Vastedda della Valle del Belìce, unico formaggio ovino a pasta filata in Europa, e il Piacentinu Ennese — ma la trasformazione in caseifici aziendali resta marginale, e quei marchi non riescono a fare da leva sulle quotazioni del latte alla stalla.

Le mobilitazioni in corso pongono sul tavolo richieste precise: contratti scritti obbligatori, prezzi minimi garantiti, sostegno pubblico alle organizzazioni di produttori. Sono le stesse misure che in Sardegna, dopo la crisi del 2019, hanno contribuito a riformare — parzialmente — i rapporti di forza nella filiera. La strada è nota; resta da percorrerla. Senza un’inversione strutturale — investimenti in logistica, incentivi all’associazionismo, contratti interprofessionali vincolanti — la Sicilia rischia di restare intrappolata in un ciclo in cui produce tanto, vende poco e cede il valore aggiunto a chi sta a valle della filiera.

© RIPRODUZIONE RISERVATA


Vuoi ricevere gli aggiornamenti di Terrà per email?

ISCRIVITI ALLA NEWSLETTER
Condividi:
HTML Snippets Powered By : XYZScripts.com