Terrà

Il micelio che muore al sole: come i cavatori abusivi stanno uccidendo le tartufaie siciliane

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La Sicilia possiede un patrimonio tartufigeno tra i più ricchi d’Italia. Dai Nebrodi agli Iblei, dalle Madonie ai Peloritani, l’isola ospita sette delle nove specie di tartufo commestibili e commerciabili presenti nel Paese. Un giacimento naturale che potrebbe diventare un volano economico rilevante — con filiere di trasformazione, commercio di piantine vigorizzate e mercato dei cani da tartufo già in espansione — ma che rischia di essere compromesso in modo irreversibile da pratiche di raccolta predatorie e da un sistema di vigilanza che non funziona.

L’allarme arriva da cinque associazioni micologiche che operano sull’isola — Gruppo Micologico Siciliano, Associazione micologica G. Inzenga, Associazione Micologica Idnologica Torrenova, Associazione micologica Fungi et Naturae e Gruppi di Ricerca Micologica Sicilia — riunite a Palermo per denunciare una situazione che definiscono fuori controllo. I loro associati, “vere e proprie antenne sul territorio”, hanno segnalato comportamenti sistematicamente illeciti: attrezzi non consentiti, raccolta di tartufi immaturi o fuori calendario, superamento dei quantitativi massimi previsti, impiego di un numero di cani oltre il limite fissato dalla norma regionale (due adulti e un cucciolo in addestramento). Ma il danno più grave, secondo gli esperti, è quello che non si vede: le buche lasciate aperte.

Il micelio brucia al sole

Destrino Giuseppe Papia

“Le buche aperte mettono a rischio il micelio della specie fungina, del genere tuber” spiega a Terrà Destrino Giuseppe Papia, funzionario e micologo del Dipartimento Agricoltura della Regione siciliana e coordinatore del Coretas, il Coordinamento regionale Tartufo Siciliano. “Praticamente non garantiscono la produzione futura perché il micelio, asciugando al sole con le temperature che abbiamo noi e all’aria, avviene a morire”.

La dinamica è semplice e devastante: chi cava senza rispettare le regole apre la buca, estrae il tartufo e non ricopre il terreno. Il micelio — la struttura sotterranea da cui dipendono le produzioni future — si dissecca e muore. Nessuna spora viene rilasciata. Il ciclo biologico si interrompe. La corretta tecnica di raccolta, invece, prevede che i tartufi troppo piccoli vengano polverizzati e reinterrati nella buca di estrazione, coperta con lo stesso terreno rimosso. “In questo modo avremo un rilasciamento delle spore che garantiranno nel futuro le produzioni”, sottolinea Papia.

Analogamente, il cane addestrato è l’unico strumento che consente di selezionare i tartufi a maturazione giusta, perché risponde all’odore emesso spontaneamente dal fungo: “Quello che va maturando comincia ad emanare profumo, e se non emana profumo non è maturo. Il cane riesce a distinguere quello che inizia a maturare e permette al cavatore di poterlo raccogliere”. Raccogliere tartufi immaturi, oltre a essere vietato, spezza il ciclo riproduttivo: le spore non sono mature, non vengono disperse nel suolo, le tartufaie si impoveriscono stagione dopo stagione.

La legge c’è, ma resta sulla carta

La Sicilia si è dotata di una normativa di settore — la legge regionale n. 35 del 2020 è stata una delle ultime approvate in Italia — ma la norma esiste e disciplina in modo puntuale la filiera. Il problema è la sua applicazione concreta. “Si sta continuando a distruggere il nostro patrimonio tartufigeno anche se la legge c’è, perché non abbiamo la vigilanza”, ammette Papia senza perifrasi. La legge affida i controlli al Corpo Forestale regionale, ai carabinieri, alla polizia locale, ai guardiaparchi e alle guardie venatorie. Una rete teoricamente capillare, che nella pratica non riesce a dispiegarsi sul terreno.

Il motivo è strutturale: gli agenti preposti alla vigilanza non hanno la formazione specialistica necessaria per riconoscere le specie, applicare il calendario di raccolta differenziato per specie, o identificare strumenti vietati. Una competenza che non si improvvisa e che nessuno, fino ad oggi, ha provveduto a trasferire sistematicamente agli organi di controllo.

La proposta del Coretas

Per colmare questa lacuna, il Coretas ha avanzato una soluzione pratica e immediatamente attuabile: i corsi di formazione per gli organi di vigilanza potrebbero essere tenuti dalle stesse associazioni micologiche che già organizzano i percorsi per il rilascio dei tesserini di raccolta. “Basta solo che il comando del Corpo Forestale ne sia a conoscenza e ne abbia dato loro il comando di farlo, creando le strutture e mettendo a disposizione il personale. Questa è una cosa fattibile”, afferma il coordinatore.

La proposta si accompagna alla richiesta di un tavolo urgente di revisione della normativa, che coinvolga le associazioni di cavatori e quelle micologiche, con l’obiettivo di calibrare meglio il calendario di raccolta e introdurre misure più stringenti per i “fioroni” — i tartufi vecchi e maturi destinati comunque a deteriorarsi — e per la produzione più giovane che andrebbe invece lasciata nel suolo a completare il ciclo. “Urge un tavolo per rimettere un po’ in ordine” dice Papia. “Andare a rivedere la legge e cercare di sistemare il sistemabile per essere in linea con le altre regioni”.

Perché, avverte il micologo, l’errore da non commettere è quello già compiuto in altre regioni: “Stiamo rischiando di fare gli stessi errori che hanno fatto in passato gli altri. Noi non li dobbiamo fare perché con la loro esperienza negativa la conosciamo e non possiamo fare lo stesso errore”. In altri termini, la Sicilia è arrivata ultima al tavolo del tartufo italiano. Ha, però, ancora il vantaggio di poter scegliere una strada diversa — se agisce adesso.

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